#TFF34 – Das unmőgliche bild (The impossible picture), di Sandra Wollner

Sin dalle prime immagini il film di Sandra Wollner magnetizza lo sguardo e chiede complicità. Il progetto della giovane regista tedesca è quello di raccontare una storia persa nella memoria costruendo una narrazione nella quale venga esaltato il ricordo del passato, trasformando il cinema in archivio sensibile della nostra storia. Il problema è risolto attraverso l’uso di un girato per motivi tecnici in 16 millimetri, ma che ripete gli effetti visivi di un super8, in un registro incerto, da filmino familiare. L‘operazione precedeva il riversamento per l’utilizzo digitale. In questo modo, agendo sul dispositivo, Wollner ha superato quell’ostacolo che avrebbe potuto abbassare la soglia di credibilità del racconto. La storia nella Vienna degli anni ‘50, di un nucleo familiare qualunque fa da tema narrativo. Si succedono feste e discorsi, pranzi e cene e semplici chiacchierate. Tutto ciò the-impossible-picture_1accade attorno all’indicibile attività della nonna, una delle tante creatrici di angeli, in quegli anni, che cioè praticava l’illegale attività degli aborti clandestini.
The impossible picture si avvale di uno spazio domestico e sarebbe stato troppo costoso un utilizzo degli esterni secondo le stesse dichiarazioni della giovane regista tedesca. Ma poiché la necessità e la virtù spesso sono elementi sodali di una stessa situazione Sandra Wollner riesce ad imprimere al suo film, proprio grazie a questa caratteristica pienamente domestica, quella patina del tempo che appartiene all’uso della memoria e al racconto meditato. Emerge così una incerta immagine che tradisce l’impossibilità di stabilizzare lo sguardo e traduce l’incertezza dell’esitazione percettiva che appartiene al ricordo e alla sua ricomposizione.

Il procedere della storia, nel breve volgere dei settanta minuti di durata, si fa stringente e altrettanto acuto lo sguardo di Sandra Wollner che riesce, ancora una volta, a dimostrare la segreta potenza delle immagini. Il suo film sembra svelare molto di più di quanto non racconti e ciò non soltanto quando la narrazione si fa inquieta e sembrano perdersi le coordinate dell’occhio che guarda, ma anche quando, nelle fasi iniziali, i temi di una tranquilla convivenza familiare sono velati da una leggera malinconia che man mano si trasforma in inquietudine. Quella vera inquietudine che diviene tangibile quando il racconto perde le caratteristiche della rievocazione per trasformarsi in altro, in un imprevedibile vagare dell’occhio alla ricerca di una stabilità. Qui, è vero, hanno ragione le brevi note ufficiali che accompagnano il film, il racconto si fa lynchano, non c’è più la pacificazione del ricordo ma l’irrequietezza che accompagna ciò che è sconosciuto e che neppure l’immagine riesce a svelare. È il tema della morte che aleggia su tutto il film e che diviene il non detto della narrazione e il mistero di quelle immagini apparentemente così the-impossible-picturequotidiane. Sandra Wollner quindi, ancora una volta, svela la segreta potenza del cinema e il depositarsi del tempo e dei fatti ci dirà, per l’ennesima volta, che lo sguardo non è mai neutro e prevede sempre oltre ad una precisa posizione anche un effetto determinato superando ogni presunta neutralità. Questo costante lavoro sull’immagine fa si che in talune occasioni e per frammenti la macchina da presa sia davvero in stato di grazia, con il suo vagare inquieto tra le stanze della casa.
The impossible picture è la rielaborazione con il fido amico Tim Kroger, qui direttore della fotografia, di un saggio per la scuola frequentata dalla regista e si trasforma in un piccolo e solido studio sullo sguardo conservando, quindi, senza disturbare troppo, il sapore di una meditata riflessione teorica più generale. Il piccolo film della regista tedesca indica una strada per utilizzare il cinema, per condensare freudianamente il sogno e ci fa scoprire la densità riconoscibile della memoria e l’inevitabile impossibilità di risucchiare dentro la macchina da presa tutte le possibili immagini, ma della altrettanta possibilità di attribuire ad essere un altro e diverso significato, rielaborando il loro valore finale e scoprendo la proliferazione del loro significato.