#TFF34 – Fixeur e Ilegitim, di Adrian Sitaru

Avevamo avuto il piacere di conoscere il regista rumeno Adrian Sitaru al suo esordio, nel 2008, con un piccolo, ma geniale, film a suo modo dirompente e incredibilmente trascurato dalla distribuzione italiana. Pesca sportiva, questo il titolo, si affrancava da ogni clichè più o meno fondato di cui sembra essere segnato il cinema dell’est europeo. Una specie di misterioso oggetto, girato in soggettiva, sufficientemente inquietante per essere un film drammatico e carico di temi esistenziali celati in una storia che raccontava di un rapporto, ormai logoro, di una coppia di amanti.
Il nuovo film di Adrian Sitaru, Fixeur, assume come tema fondamentale ancora una volta una questione morale, nel racconto di una troupe televisiva formata da due giornalisti francesi e uno rumeno che tentano, alla fine riuscendoci, di intervistare una ragazzina quattordicenne fuggita dalla Romania, approdata a Parigi dove era stata avviatafixeur-adrian-sitaru alla prostituzione.
Nessuno scrupolo sembra fermare i tre e nessuna protezione sembra essere sufficiente per la giovanissima Anca, né la famiglia la cui sprovveduta madre diventa facile preda della cronaca, né le opposizioni ferme e motivate della gelida suora dell’Istituto dove la ragazza vive protetta dopo il ritorno in patria, né tanto meno il poliziotto che la deve sorvegliare quasi felice di avere il suo momento di notorietà.
Di mezzo c’è il problema morale, c’è l’etica dei comportamenti e Sitaru, implicitamente ne fa una questione di etica dello sguardo, c’è il difficile rapporto con i minori, c’è il tema della paternità, c’è, infine, il tema del confine tra ciò che è informazione e ciò che è invece soltanto morbosa curiosità per lo sguardo dentro un orrore che vogliamo guardare, ma che vogliamo (o almeno ci proviamo) a tenere distante da noi. È ciò che accade a Radu, il rumeno, che protegge il figlio promettente nuotatore, ma diventa quasi senza scrupoli nel ricercare le confessioni, da rendere pubbliche, della fixeurragazzina abusata. In realtà la vicenda professionale gli farà mutare atteggiamento anche nei confronti del figlio e Sitaru ne sottolinea l’emozione in un abbraccio spontaneo tra padre e figlio, nel silenzio dell’audio.
Anche Sitaru è silenzioso nello svolgere il suo compito e il suo cinema prettamente morale, così somigliante in questi atteggiamenti a quello istintivo di Kieslowskij, proprio come accadeva nelle storie del maestro polacco, non fa prediche e non distribuisce ammonimenti, con il suo film sembra dire questi i fatti, a ciascuno resta il compito del giudizio. Nonostante gli ambiziosi contenuti dei suoi progetti, il suo cinema continua ad avere un aspetto pienamente narrativo, con una fluidità del racconto mai inceppata dai temi così profondi che lo innervano. È una capacità non trascurabile quella di sapere riportare su un piano di quotidiana esistenza temi di cui spesso si possiede una contezza solo astratta.

Sitaru utilizza il cinema non tanto per raccontare la realtà quanto, piuttosto per riflettere sulle regole morali della nostra esistenza. Qui non si tratta del travisamento della verità, ma di una scelta che rispetti il dettato morale. La realtà sembra essere per il regista rumeno, quindi, un utile palcoscenico per mettere a frutto questa sua riflessione e benché Fixeur sia tratto da avvenimenti accaduti, il che non è incredibile nei tempi che viviamo, l’autore conferisce al fatto quel valore etico che ilegitim-2015sembra depurare gli eventi da ogni cronaca per diventare misura della nostra civiltà della convivenza e delle regole che devono disciplinarla.
Con coincidenza piuttosto rara nelle occasioni festivaliere, Sitaru che a Torino ha svolto il ruolo di giurato, aveva in cartellone un altro film precedente a Fixeur dal titolo altrettanto immediato: Ilegitim, un film essenziale che ancora di più che Fixeur sembra avere l’esclusivo compito di ripercorrere le riflessioni morali, questa volta attorno al tema dell’aborto e dell’incesto. Protagonista una famiglia e una coppia di gemelli, Sasha e Romeo, innamorati che finiscono per aspettare un bambino frutto di questa passione incestuosa. Il padre, medico e vedovo e da sempre antiabortista, era stato accusato dai figli di essere stato un delatore contro le donne che abortivano durante la dittatura, questa volta sembra cambiare opinione, ma chi non vuole l’aborto alla fine sarà proprio la figlia incinta. Il figlio arriverà e le cose in famiglia sembreranno prendere un’altra piega. Una storia perfettamente paradigmatica per la poetica di Sitaru. Un racconto che mette a frutto una ennesima riflessione questa volta su un tabù ancestrale. Il film dipana, qui con un andamento da dramma familiare, i temi, offrendo le possibili soluzioni e rimarcando il rapporto amoroso tra il fratello e la sorella. I suoi dialoghi serrati e una ambientazione prettamente domestica compongono lo scenario in cui si fixeurtff34manifestano le geometrie esistenziali di Sitaru. Ilegitim conferma, ancora una volta, quanto poco interesse l’autore abbia per una credibilità assoluta della storia. Il film al contrario diventa un percorso di elaborazione, un continuo confronto, come accade anche in Fixeur, tra il tema nella sua astratta essenza e poi nella sua reale e quotidiana manifestazione.
Gli argomenti, così grevi nella loro pura astrazione, assumono forme, ma soprattutto, suggeriscono soluzioni inattese nel loro manifestarsi ed è per questa ragione che il regista focalizza la sua attenzione sul generale impianto delle storie piuttosto che su una assoluta adesione ad una ineccepibile realtà. In questa elaborazione travagliata che trova soluzionenella linearità delle storie è quasi naturale conseguenza che i personaggi assumano un notevole spessore psicologico. Così Anca e Radu in Fixeur sono figureilegitim-adrian-sitaru segnate, ciascuno dalle proprie vicende, allo stesso modo e più complessivamente per i personaggi di ilegitim. Il cinema di Sitaru cerca quindi un palcoscenico per dare forma e sfogo alla sua necessità di un argomentare dialettico, alieno da ogni razionalità, ma suggerito esclusivamente dalla riflessione sui fatti, un palcoscenico in cui le immagini e i dialoghi possano tradurre, su un piano reale e in termini precisi e quasi didatticamente comprensibili, le questioni etiche che kantianamente ci accompagnano come il cielo stellato sopra ciascuno di noi.