#TFF35 – Al tishkekchi oti (Don’t Forget Me), di Ram Nehari

Da Israele non ti aspetti che arrivi un film che appartiene a quel cinema dei sentimenti, di marca prettamente europea e a volte, addirittura, di bene individuate aree geografiche. Don’t forget me di Ram Nehari, ha il pregio di appartenere al largo e diffuso genere della commedia, ma anche di riuscire ad affrontare con una specie di leggerezza indotta più che istintiva, temi che invece richiederebbero un impianto drammaturgico differente. Un pregio che il film israeliano sicuramente porta con se e la cui pratica non è cosa di tutti i giorni, non essendo facile trovare un tale rapporto tra due registri così differenti e per altro incrociando tutto questo con una certa naturalezza.

La storia è quella di due giovani. Lei, Tom anoressica che vive forzatamente e quindi malvolentieri, in un centro dove si curano i disturbi alimentari; lui, Neil, è un suonatore di tuba, è nato in Olanda, ma è cresciuto in Israele. Anche lui è afflitto da disturbi del comportamento e vive in una specie di casa famiglia. In altre parole siamo dentro una storia di smarrimenti giovanili alla ricerca di una stabilità. La bella Tom e l’impacciato Neal, per circostanze del tutto fortuite si incontreranno e tra loro i sentimenti avranno il sopravvento. Superato il tema abbastanza evidente della metafora esistenziale e dello smarrimento che ne consegue e tralasciando ogni riferimento alla condizione di Israele che non appartiene e non incide in alcun modo sul percorso narrativo, costituendo questo un pregio proprio per il desiderio di ragionare su temi a carattere universale e non specificamente legati ad una precisa area geografica e particolari ambiti sociali, Don’t forget me, esaurita la spinta dettata da una istintiva simpatia verso i due personaggi non riserva particolari sorprese e non garantisce profonde emozioni. La vicenda di due personaggi, sul filo di una evidente emarginazione sociale che combattono quasi da soli una battaglia per una loro reale emancipazione, all’interno di strutture sociali che si rivelano escludenti, a cominciare dalla famiglia di Tom, non è raccontata con la necessaria cattiveria di cui si sentirebbe la necessità. Una prima parte del film è volta a descrivere la vita di Tom soprattutto con le sue compagne di istituto alle prese con i problemi di un patologico rifiuto del cibo, l’altra è, invece, dedicata ad una lunga peregrinazione cittadina dei due protagonisti e dalla decisione di una fuga che in fondo mai si avvererà. Tutto già troppo ascoltato, già troppo previsto, già troppo conosciuto.
Il difficile equilibrio tra commedia e dramma, riesce a mantenersi, sia pure con una certa fatica, fino alla fine ed è evidente lo sforzo del giovane regista israeliano a lavorare verso questa direzione.

Don't forget meDon’t forget me resta un cinema accomodante, non disturbante, senza alcuna deviazione da percorsi già previsti. Il film soffre di quella solita ansia di piacere a molti, di scontentare meno spettatori possibile e purtroppo Nehari scambia il quasi macchiettismo con la cattiveria. L’incursione nell’ambiente familiare, dove Tom e Neil speravano di trovare solidarietà e che invece diventa il punto di fuga più evidente e l’infrangersi di qualsiasi speranza di collaborazione è la cartina di tornasole di questa incapacità ad assestare con decisione i colpi di una critica severa al sistema anche familiare. La severità e l’intransigenza del padre e la patologica ossessione della madre per il cibo vegano che la rende stupida e insensibile è prova dell’incapacità a mostrare una cattiveria vera, virando con superficialità verso un poco più che macchiettistico intermezzo, forse divertente, ma senza efficacia. La dove serve il dramma denso di cattiveria, Nehari propone una estremizzazione dell’ironia, comportamenti tutti sopra le righe che non emozionano e diluiscono il dramma nella farsa.
Tom e Neil assomigliano ai tanti, tantissimi personaggi, senza luogo e senza destinazione che hanno attraversato le storie del cinema, Nehari spreca una bella intuizione, la dove il rapporto con il cibo diventa metafora fondante di una precisa collocazione spazio temporale e spreca anche una sua capacità di scrittura che di meglio avrebbe meritato, avendo intuito e trovato anche una chiave per stabilizzare il difficile rapporto tra dramma e commedia. Ma non tutto sempre riesce e l’ansia di raggiungere tutti diluisce i temi forti del film e lo fa accodare alla moltitudine di commedie, grandi e piccole che hanno attraversato gli schermi del cinema banalizzando i temi e le intuizioni. Così come la felicità anche il coraggio, verrebbe da dire, è un sistema complesso e Don’t forget me, nonostante le buone intenzioni e una sua originaria singolarità, dimostra di avere poco coraggio e di puntare più ad una comune ed esteriore sensibilità che si fa impressionare da una immediatezza narrativa che ad una profondità di sguardo che si rivolga ad una più selettiva, ma anche più autentica, sensibilità.

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