#TFF35 – Blue Kids, di Andrea Tagliaferri

I blue kids di Andrea Tagliaferri sono fratello e sorella, rispettivamente Fabrizio Falco e un’ottima Agnese Claisse. Alla morte della madre, scoprono che tutto il lascito appartiene al genitore rimasto, e alla sua nuova famiglia. Incapaci di accettarlo, i due escogitano un modo per irrompere nella casa paterna e reclamare la rendita. Da sempre i blue kids sono i cool kids, e in effetti lo status dei protagonisti ricorda i newyorkesi di Cruel Intentions, le toscane di Un gioco da ragazze, le losangeline di Bling Ring. Probabile famiglia altoborghese, la madre, ricchezza imprenditoriale, il padre. Non si studia, non si lavora. A differenza degli esempi di cui sopra, l’erranza, il vagabondaggio di questa coppia ricorda più il duo Bonnie & Clyde. Come il surriscaldamento dei loro occhi, il blu sfuggente della fiamma, e un seme di follia stile Amanda Knox che li rende su tutto contemporanei. Sembra che la mancata eredità sia il pretesto, come se la sceneggiatura prima e la regia poi sapessero che il racconto proseguirà per vie altre. Il sesso con la prostituta, il sesso con Matilde Gioli, nel caso del fratello, così come altri episodi, si appiccicano come una ventosa allo sguardo dello spettatore, come se solo lo svago, lo sfogo, oppure il tentativo di riempire la noia e cambiarla di segno si potessero davvero guardare.

BLUE-KIDS-2017-600x338L’intimo, il pericoloso e soprattutto il compromettente si guardano da lontano, in disparte, raccolti, vedi il rapporto della ragazza con la bella sconosciuta, oppure l’effrazione domestica. Quest’ultima dimostra una certa confidenza di Tagliaferri sia con il panorama supereroistico che con quello horror. La coppia trova il terzo partecipante in un campo estivo (?), ma cosa più importante, quando è travestito da cosplay. Al momento del misfatto, tutti e tre sono altri da loro, tutti e tre vestono una maschera. In abiti altrui, c’è più facilità a disinibirsi, ad amoralizzarsi, come dimostrano The Strangers o The Following, ma soprattutto il regista sfrutta l’odierno trasformismo, quello quotidiano, basti pensare alle continua modifiche applicate alle foto, che deformano non solo l’immagine ma anche il suo potenziale cinetico, d’azione, come se potessimo figurarci altri da noi stessi. Blue Kids è lacunoso, già nella durata esigua. Alcune sequenze, dilatabili, vengono recise. Sorge il dubbio che l’enigmaticità dei fratelli, la normalità con cui commettono reati, e che non è affatto alienazione, si sposi volutamente con l’essenza del film: il sospeso, il lasciato a metà, il non del tutto visto o detto.

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