#TFF35 – Darkest Hour, di Joe Wright

Whiskey, sigari e lunghe sedute nella vasca da bagno. Bastano pochi elementi a Joe Wright per introdurre il protagonista assoluto della storia: Winston Churchill, nel maggio del 1940, quando non era ancora stato eletto primo ministro e non poteva immaginare il ruolo, per certi versi ingrato, che gli sarebbe spettato. L’ora più buia ci getta infatti febbrilmente in quelle settimane in cui sembrava che Hitler avrebbe avuto la meglio e che l’unica soluzione per gli inglesi fosse negoziare la pace – a condizioni certamente svantaggiose. La narrazione viaggia spedita come un treno in orario, con tanto di date gigantesche che scandiscono il tempo: c’è una partenza, tra malumori e dubbi generali (il nuovo incarico che Churchill è chiamato a ricoprire); una fermata (la crisi personale e pubblica); l’arrivo (la fiducia ritrovata e l’intuizione vincente). Una tripartizione classica, funzionale alla modalità del racconto che spiana la strada – semmai ce ne fosse bisogno – al caustico, scaltro e irascibile Churchill, interpretato da Gary Oldman. Un attore irriconoscibile sotto strati di protesi e trucco che rende invece perfettamente riconoscibile il suo personaggio: dalle espressioni del volto, di chi è abituato a guardare dall’alto verso il basso con diffidenza, al tono di voce conciso e spesso affrettato (che causa guai a chi non presta la giusta attenzione), il Churchill di Oldman trasuda tutto il suo spessore etico e (a)morale restando a galla anche in situazione rigidamente caricaturali dettate dalla sceneggiatura. Wright e lo sceneggiatore Anthony McCarten (La teoria del tutto) danno vita infatti a un film di puro intrattenimento, alleggerendo il dramma costante attraverso il carattere del protagonista. La sua virtù principale, la retorica, si impone sulla scena dominante: dai discorsi in Parlamento a quelli alla radio, preceduti da sessioni dattiloscritte con la sua assistente personale, la parola di Churchill diventa uno strumento affabulatore, un’opera di persuasione e convincimento che risolleva le sorti (e l’umore) degli inglesi.

Darkest HourIl parallelo al Lincoln di Spielberg è naturale: anche lì non si trattava di un film biografico, ma di una lettura attuale di un preciso momento storico e di una figura carismatica che cela, dietro un aspetto imponente, una grandezza prima di tutto verbale. In quel caso però la riflessione era più sottile e acuta, veniva mostrata una dialettica profondamente ambigua, un continuo conflitto tra pubblico e privato, tra una dimensione umana e familiare e i panni scomodi dello statista. L’ora più buia non raggiunge mai quei picchi di drammaticità preferendo una retorica ridondante, eccessivamente nazionalista, e per questo vicina al Dunkirk di Nolan (che faceva però di un’estetica seduttrice il proprio veicolo di comunicazione): basti pensare alla sin troppo lunga sequenza in metro (il primo ministro fa una sola fermata, episodio tra l’altro non confermato dagli storici) con tutto il popolo di qualsiasi sesso, età ed etnia che prende parte al dibattito esprimendo un totale dissenso alla resa. La bambina che alla fine incita a non arrendersi mai (“Never!”, grida) mette in luce la tendenza del film a esasperare i toni, quasi a cercare un consenso immediato, allontanandolo non solo da una possibile verosimiglianza – non è questo il caso, lo ripetiamo: è un film di intrattenimento – ma proprio da una credibilità generale (il re che fa visita a Churchill in piena notte abbandonando qualsiasi formalità).

È interessante a questo proposito dare uno sguardo a The Crown, serie di Peter Morgan incentrata sulla vita della regina Elisabetta, dove i rapporti istituzionali con la famiglia reale seguono una più rigida etichetta e fa capolino un Churchill distintamente irriverente e tuttavia più contenuto (John Lithgow).

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