#TFF35 – Mary Shelley, di Haifaa al-Mansour

Come la sua protagonista, Haifaa al-Monsour è stata oggetto di controversie. Prima regista saudita ad esser candidata al BAFTA e causa della prima selezione di un film saudita come best foreign agli Oscar (La bicicletta verde). Ad oggi alcuni suoi topic, tolleranza, pericoli dell’ortodossia, si scontrano con la morale sunnita, dunque perseverare, come prima, in riferimenti espliciti all’Islam radicale porterebbe a conseguenze spiacevoli. Da un punto di vista artistico, voltare lo sguardo a circa due secoli fa e delineare una condizione femminile, soprattutto talentuosa e magari somigliante alla sua, aveva un potenziale gigantesco. In effetti, molte delle femministe europee e americane, conseguiti certi risultati, hanno perduto il fuoco sacro. Mary Shelley era figlia di un filosofo, editore e di una protofemminista, Mary Wollstonecraft, autrice del magnifico A Vindication of the Rights of a Woman (La rivendicazione dei diritti della donna). Questa morì di setticemia a pochi giorni dal parto, mentre il padre introdusse Mary al latino, al greco, e le trasferì l’amore per la lettura. Scelta intelligente riprendere in prima battuta Elle Fanning, alias Mary, immersa in una ghost story nella giusta dimora del suo mostro Frankenstein: il cimitero. Il pensiero di sangue, artigli, fauci la eccita e in qualche modo la connette ad una dimensione altra; il cimitero è il luogo dove il velo è più sottile e dove il ricongiungimento con la madre, autentica ossessione, non sembra del tutto irreale.

Il racconto, limitato alla gioventù dell’autrice, sedici-diciotto, ripercorre la conoscenza di Percy Shelley, la liaison illegittima perché il poeta era sposato, l’incontro con Polidori, Byron e infine la tormentata stesura del suo Frankestein, o il moderno Prometeo.

Facciamo un passo indietro. Anzitutto, ad oggi, il biopic è forse il genere per antonomasia, Mary-Shelly-2-620x414soprattutto quello storico. I mezzi odierni consentono un grado di ricostruzione al dettaglio, per cui è facile regalare la richiestissima verosimiglianza. La storia di scrittori e poeti si presta, per natura, a contenuti alti, quindi ci si potrebbe arrischiare a non sforzarsi sul piano linguistico, ma solo affastellando un tot di eventi per ritmare l’oggetto e il pubblico. Le biografie dei Grandi Inglesi, fautori del romanzo gotico, del romanzo moderno in sé per sé, della poesia pre e romantca, vanno per la maggiore. Figure enigmatiche, evanescenti come la loro prosa o versi, e in qualche modo depositari di un sublime che oggi fatichiamo a vedere. Becoming Jane, storia di Jane Austen, è stato un fallimento su tutta la linea, in fin dei conti una commedia rosa che alleggeriva ancora di più i contenuti dell’autrice. Risultato opposto quello di Bright Star, di Jane Campion, racconto dell’amore tra Keats e Fanny Brawne. Qui, il verso inafferrabile del poeta, nella pluralità delle sue declinazioni, si fonde con l’inafferrabilità dell’immagine; i due amanti si sforzano di riempire il vuoto che li separa, come se lo spazio, la nostra volontà ci concedessero fusioni. Miraggi. Si può solo avvicinarsi, farlo il più possibile.

mary-shelley-tiff-2Nel caso di Mary Shelley, quello che manca davvero è l’impeto rivoluzionario. Una struttura narrativa e uno stile talmente classici da infangare la memoria di una delle poche persone che hanno meritato l’aggettivo “originale”. E pensare che nella scena della prima lettura del romanzo, il padre manifesta proprio l’unicità della figlia. Anche gli episodi più vivaci, il soggiorno a casa di Byron, cercano la punch line, il gesto scorretto e rianimatorio, soluzioni stradatate. Questo si traduce nel tema portante, l’amore tra Mary e Shelley. Un sentimento osteggiato, consumato nella foga dell’interdizione, familiare, sociale, morale, ma anche tenero, figlio della gioventù, e zoppicante quando inciampa nelle responsabilità. Un quadro esaustivo, eppure snaturato dalla spettacolarizzazione, colpa dei violini, della scrittura ad effetto, e soprattutto di un’immagine dell’amore; quando non parlato, il sentimento di al-Monsour cerca l’approvazione, il trasporto, forse perfino l’eccitamento del pubblico. Un amore che non riesce a spogliarsi dell’istantaneo, dell’emozione becera, insomma del dimenticatoio dietro l’angolo.

Mary è attratta dalla scienza, da tutto il progresso illuministico e soprattutto dalla galvanizzazione (stimoli elettrici applicati ai tessuti per scopi terapeutici o diagnostici). Il mezzo per far nascere il suo mostro era a portata di mano. Ma la lettura del suo romanzo su un piano scientifico/progressistico o ancora filosofico-teologico è sempre stata limitativa. In effetti la regista si concentra sul mostro che alberga in Mary. Un outsider, abbandonata dalla prima figura, la madre, ostacolata dal padre nel sentimento amoroso, che ad un tratto rinnega di fronte a Shelley, rinnegando al tempo stesso l’egemonia dell’amore. La creatura, prima che di scienza, è frutto di tenebra, di solitudine e di parti C3zzMzAUYAIvDzgdisconnesse sull’orlo della distruzione. Il mad doctor trasferisce, inconsapevolmente, il suo tormento al “figlio”, un clone cui è negata addirittura l’estriorità normale, dunque la chance di confondersi e limare la propria angoscia. La regista si limita a tracciare una linea di separazione tra la Mary di ieri, gaia e innamorata del suo uomo, con quella attraversata dal fuoco sacro, di cui prima, come se lo scatto giungesse dall’abbandono del poeta. Forse è così, forse la decisione del futuro marito di allontanarsi, raddoppia la voragine dell’abbandono e funge proprio da innesco. Però, per raccontare un spirito che ha generato il body parts per eccellenza, prima il caos interno e poi quello estetico, perché non ricorrere ad un anti-narrazione totale? Perché non cambiare e confendersi e perdersi e ritrovarsi come fanno ogni volta le parole della scrittrice? Quel che resta, in fondo, è un teen drama ad alto budget.

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