#TFF35 – The Cured, di David Freyne

Presa dolorosamente consapevolezza che la potenza eversiva dello zombie è morta insieme a Romero (i cosplayer tra gli stand di Lucca Comics e le insulse stagioni televisive di The Walking Dead stanno lì a dimostrarlo, ma l’elenco potrebbe continuare a lungo), è ancora possibile ritornare sull’argomento senza accanirsi anonimamente sui sentieri del già detto, già visto e già sentito? Forse sì, e un film come The Cured è la testimonianza che ancora vale la pena provarci, nonostante tutto. Già le premesse, infatti, lasciano suggerire una prospettiva a posteriori sull’apocalisse certamente non nuova, ma in grado comunque di contenere in nuce stimoli e idee che potrebbero (il condizionale è voluto) condurci a qualcosa di altro. Senza gridare al miracolo, ma neanche senza fermarsi alla bidimensionalità di metafore e associazioni fin troppo abusate.

Come in 28 giorni dopo di Danny Boyle (solo per citare un titolo tra i più noti), anche qui the-cured-sci-fi-horror-film-2017-2si parla di infetti e non di morti viventi, ma la sostanza non cambia di una virgola. Dopo che la scoperta di un vaccino ha posto fine a un’epidemia circoscritta alla sola Irlanda, il 75% dei contagiati è guarito dal virus e viene faticosamente reinserito nella società, nonostante l’odio e la diffidenza di molti; il restante 25% invece è ancora in attesa di guarigione, mentre il governo e l’esercito premono per la loro esecuzione immediata. È facile immaginare quali critiche si possano muovere a The Cured, data l’immediatezza e la trasparenza delle sue idee che, innegabilmente, finiscono per sfociare nel didascalismo: i curati come vittime dell’odio di una società che non tollera il diverso e le minoranze (immigrati, omosessuali o altro: a voi la scelta), l’inadeguatezza dell’apparato militare, la lotta di classe. “It’s not your world anymore”. Ancora una volta, da questo punto di vista nulla di nuovo sotto il sole, è vero. Eppure, il film di David Freyne riesce là dove in molti ormai non tentano neanche più; e cioè nel mettere in scena una frammentazione del narrato e del reale in grado di impedire l’appoggio a un appiglio facile e far crollare qualsiasi punto di riferimento. Perché quasi mai si è vista una tale contrapposizione di idee e schieramenti, di prese di posizione, di tradimenti: tutti sono (soli) contro tutti, senza riuscire più a capire dove siano le ragioni del giusto e dello sbagliato. E la prima a farne le spese è la dimensione domestica, quella degli affetti, non quella del mondo là fuori. Come in Monsters di Gareth Edwards, tutto è già successo, e raccogliere i pezzi di ciò che è rimasto si rivela un’impresa ben più difficile del previsto; e il finale ha il coraggio di rimettere tutto in discussione per ricominciare dal punto di partenza, ponendo le basi di una sconfitta che assume dimensioni globali. Non è cosa da poco.

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