#TFF36 – Ovunque proteggimi, di Bonifacio Angius

Alessandro indossa la sua camicia porta fortuna, luccicante, una bomba. Non li sente i suoi cinquant’anni. Dopo aver cantato per un pubblico poco riconoscente, come tutti i sabato notte, fa mattina al Blu Star Disco. E quando all’alba si vede rifiutare da sua madre i soldi necessari per fare il gradasso con delle ragazzine, Alessandro perde la testa. Dopo una vita sprecata davanti ad una slot-machine a pontificare sbronzo dalla mattina presto e sperare nella fortuna di un gratta e vinci, non avrebbe mai immaginato che l’amore potesse tornare a fargli visita. In una corsia d’ospedale. È qui, che il nostro Alessandro incontra Francesca. Grandi occhi verdi, malinconici e luminosi, i modi spontanei di una bambina. I biglietti della nave in tasca, per lei e per Antonio, cinque anni appena, e una faccina da pubblicità del cioccolato al latte. Ad agosto la Sardegna è un’esplosione di luce bianca, di cemento rovente, di campagne dorate, di mare che luccica in lontananza. Alessandro e Francesca sono finalmente fuori dall’ospedale, in viaggio verso un’ultima occasione.

Il trentaseienne regista sardo, al secondo lungometraggio (prodotto da Matteo Rovere), dopo Perfidia (2014), trova queste parole: “Tutte le volte che mi trovo alle prese col raccontare una storia e dei personaggi, mi scopro a ragionare sempre sullo stesso enigma. A riflettere su come sarebbe stata la mia vita se lungo la strada non avessi incontrato quella grande passione che è il cinema. Credo che il cinema, che per me è sempre stato elemento fondamentale e terapeutico per esorcizzare paure e nevrosi, mi abbia, fino ad ora, salvato la vita. E senza di esso sarei forse stato un essere umano ingabbiato in un mondo che non gli appartiene. Un mondo incomprensibile, di cui avere paura. Un mondo da prendere a pugni in faccia o dal quale fuggire, proprio come fanno gli esseri umani raccontati in Ovunque proteggimi. È così che Francesca e Alessandro sono entrambi parti di me stesso. Lui, detentore di una passione che si allontana inesorabile, inconsapevole di essere già troppo deteriorato per poterla riacciuffare, ma ancora straripante di vita. Lei, convinta di potersi salvare scappando da una vita piena di macerie, defraudata di un figlio che ama più di sé stessa, ingannata da una società fasulla, cinica e moralista, sempre pronta a giudicare e violentare i sentimenti più puri. Personalmente, la necessità e l’urgenza di trasmettere quello che sento nel profondo, nasce da situazioni e sentimenti che ho vissuto in prima persona. E se i personaggi da me descritti fossero sbrigativamente etichettati come “marginali”, allora posso dire, con lucida sincerità, di essere marginale anch’io.

Non c’è niente di Zavattiniano nel mio lavoro. Io non pedino nessuno, non guardo il mondo attraverso buchi di serrature, non osservo gli animali nella gabbia dello zoo. Io sono semplicemente già lì, dentro la gabbia, con loro, che sono tanti, troppi, la maggioranza silenziosa che nessuno ascolta, che nella realtà dei fatti è tutt’altro che marginale, anzi, è il vero centro del mondo. Dunque i miei sentimenti, le mie esperienze, la mia rabbia e le mie paure più profonde, estremizzate e portate sullo schermo. Quasi un modo per allontanarle, trasformarle da negative a positive, da veleno ad antidoto. Le voglio mostrare attraverso il cinema col tentativo di renderle più cristalline e comprensibili possibile, come fossero messe in scena in un film di Chaplin o in un cartone animato giapponese degli anni ottanta. Attraverso l’utilizzo di un meccanismo narrativo diretto, emotivamente chiaro, che non ha paura di mostrarsi nella sua autentica natura, e con un linguaggio figlio di un cinema, un tempo popolare, ora quasi dimenticato. Un cinema fatto di personaggi, in cui tutti gli elementi espressivi che mi hanno fatto innamorare dello schermo quando ero adolescente, sono vivi in un unico corpo. Le solitudini, il sentimento di rivalsa, i perdenti, l’amore, la follia, il melodramma, l’utilizzo della colonna sonora come elemento protagonista. Tutti fattori preposti ad un’intensità narrativa ariosa, rapida, avvincente, amara, ironica, avventurosa e dolorosa al tempo stesso. In Ovunque proteggimi c’è la volontà di espandere il cuore pulsante di Alessandro e Francesca e di mostrarlo all’umanità intera, quella stessa umanità che non si accorge della loro esistenza e voglia di vivere, ma anche quell’umanità di cui loro e noi stessi facciamo parte. Una battaglia persa in partenza, che però può darci, solo per un attimo, la sensazione di sentirmi e di sentirci, un po’ meno soli”.

I primi venti/venticinque minuti sono superbi, esplosivi, materia pulsante spinta dal vento, bruciata dal sole, mascherata dalle ombre della notte. Poi il viaggio prende la direzione on the road, apparentemente di puro appagamento dei desideri. È solo però una sensazione, l’appagamento dei desideri non ci tenta, tantomeno tenta il regista, al quale le storie vere sono quelle che ci mostrano la vita come è realmente vissuta. Come una sorta di iperrealismo che vaga tra la polvere e scorci isolani di terre apparentemente lontane, desertiche, che si liberano degli espedienti della trama della narrativa tradizionale e presenta stralci di vita così come la viviamo realmente. L’iperrealismo di Angius magicamente ripristina la vita, perché al centro della sua opera si mostra la finzione per cosa non è. L’iperrealismo però fallisce per la stessa ragione per cui falliscono le storie di puro appagamento: a entrambi manca l’ingrediente chiave, ovvero il meccanismo della trama sviluppato intorno ai problemi. È qui che dall’iperrealismo, si arriva all’atto finale, debordando nuovamente visivamente, a quella materia pulsante dei primi minuti, trascendendo i confini della storia, scavando ancora, per poi tracimare per una prospettiva totalmente, febbrilmente personale. Ecco, nel complesso presentarsi, un dilatarsi spasmodico di certe parti, calandosi nelle loro pieghe più riposte, gonfiandole a volte di sorprendenti risonanze metaforiche e contraendone altre, creando delle strane sproporzioni. Ovunque proteggimi è proprio questo: una digressione, giro-vagare, non andare più da nessuna parte, evitare con cura l’obiettivo e distrarsi, per lasciarsi andare, credere, e in fondo, confidare in un destino.

Regia: Bonifacio Angius
Interpreti: Alessandro Gazale, Francesca Niedda, Antonio Angius, Gavino Ruda, Teresa Soro, Mario Olivieri
Distribuzione: Ascent Film
Durata: 94’
Origine: Italia, 2018