The Accountant, di Gavin O’Connor

Che sia riuscito Gavin O’Connor a portare sullo schermo il concept folle di un romanzo cult e intraducibile (tempo fa si diceva ci stesse provando Edward Norton) come Brooklyn senza madre di Jonathan Lethem? Il Christian Wolff del Ben Affleck di The Accountant potrebbe davvero ricordare ai fan di “testadipazzo” proprio il Lionel Essrog di quella storia, già quello un gigante ossessivo-compulsivo invischiato sin dall’infanzia in un destino di malavita, dolore e violenza in grado di tenere insieme l’aspetto del ritratto di una beautiful mind con l’inghippo noir tra proiettili e scazzottate.
E’ indubbio come O’Connor e il suo sceneggiatore Bill Dubuque (che s’era già mostrato valido autore in The Judge) abbiano infatti ambizioni di racconto letterario, da romanzo corale dal grande respiro, e l’equilibrio dell’impalcatura si regge con ogni evidenza su di un azzardo continuo, che non si perde d’animo nel voler esaurire tutto il materiale narrativo a disposizione saltando tra flashback, racconti in forma di confessione, indagini del Tesoro e frammenti mélo sulla linea decisa di un action massiccio che passa dalla robotica quotata in borsa al meccanismo die hard del confronto finale uno contro tutti in megavilla fuori Chicago.
O’Connor vuole raccontarle tutte, queste storie, ricostruire la vicenda personale del personaggio di Affleck attraverso le memorie di tutti quelli che lo hanno incrociato, tornare ancora e ancora sulle stesse stanze dei ricordi più pericolosi fino a quando ogni tassello sarà andato al suo posto.

THE ACCOUNTANTE’ vero, la sceneggiatura di Dubuque esagera in più di un’occasione con i simboli scoperti e i rimandi da prestigiatore a cui è venuto bene il trucco, ma sembra più che altro un tentativo di restituire in due ore di racconto tesissimo e densissimo la stessa complessità dello storytelling seriale ultrastratificato di giovane generazione, quasi un rilancio da parte del cinema hollywoodiano sulla sfida che i prodotti televisivi rappresentano ormai minacciosi (ovviamente Sentieri Selvaggi firmerebbe subito per una serie tv di The Accountant, questo è chiaro).
O’Connor, che ad una storia dannatamente intrecciata aveva già lavorato per Pride & Glory, dimostra allora proprio perché messo alle strette da uno script ad orologeria di aver assunto piena maturità formale, con una gestione dei tempi e degli spazi maestosa e dalla reattività straordinaria, capace di far respirare il film e i suoi personaggi quando ce n’è bisogno, fermando per un attimo tutta la ronde, come nell’istante di avvicinamento effimero tra Affleck e Anna Kendrick in albergo, o alcuni momenti in cui l’obiettivo è tutto per J.K. Simmons e il suo sguardo esausto.

The AccountantFino all’estrema soluzione del finale in cui O’Connor decide addirittura di mettere in pausa il confronto balistico quasi alla hongkonghese per risolvere una volta per tutte il trauma personale e familiare più insormontabile del suo protagonista: vertiginoso capitombolo che riporta il film alle zone dello struggente Warrior: ecco, come nei film precedenti il regista non dimentica mai il senso dello spettacolo, e l’ingolfata matassa di The Accountant è contrappuntata da sequenze d’azione spesso strepitose e da un game of death conclusivo con combattimenti notevoli.
Per Affleck una sorta di investitura d’attore che mette insieme le ambizioni d’inizio carriera come Will Hunting con il Bruce Wayne perfetto che è diventato oggi: sulla sua figura che sa essere minacciosa e fragile allo stesso tempo si basa tutta la possibilità di credere o meno ad un personaggio che ha fatto del controllo assoluto la sua via ad un’ascesi che può diventare fonte di salvezza o di morte.

Titolo originale: id.

Regia: Gavin O’Connor

Interpreti: Ben Affleck, nna Kendrick, Jon Bernthal, J.K. Simmons, John Lithgow, Jeffrey Tambor

Distribuzione: Warner Bros.

Durata: 128′

Origine: Usa 2016