The Attack, di Ziad Doueiri

Nel cronico conflitto tra israeliani e palestinesi le ragioni delle parti sono scomparse dietro un odio che ha ormai infettato tutto, ed ogni tentativo di collaborazione, tolleranza reciproca, riconoscimento viene schiacciato dal risentimento. Proprio in questo fossato difficile se non impossibile da riempire, in una rincorsa senza soluzione di continuità tra recriminazioni accuse e gesti di vendetta può essere inserito il film di Ziad Doueiri The Attack, nello scollamento, nella frattura di questi due popoli la cui convivenza è quotidianamente messa alla prova dalla percezione di una società del sospetto. Il film, inedito in sala e in home video in Italia, sarà proiettato questa sera da Sentieri Selvaggi, via Botta 19 a Roma, h 20 INGRESSO GRATUITO, per la rassegna I nostri Oscar.

Dentro città trasformati in bunker nel respiro di un alito di guerra, in una routine fatta di telecamere di controllo e check point militarizzati, coprifuoco e continui stati d’allerta. In tale contesto compromesso alla radice la normalità resta al grado zero, come illusorio lo scostamento da un destino segnato dalle schegge. Quando ogni passo avanti viene mortificato dalla sensazione di eterna concessione risolta in una soddisfazione effimera, in assenza di rispetto sincero, i tentativi di conciliazione hanno un effetto soltanto palliativo, il blando deterioramento di un cancro per il quale non si dispone della cura.

Un medico brillante, Amin Jaafari, appena premiato con un prestigioso riconoscimento per i meriti professionali, integrato ed inserito in una società che si ritiene esempio di tolleranza in un Medio Oriente dominato dalla barbarie, vede la sua vita stravolta in seguito ad un attacco terroristico. Qualunque merito individuale, anche in un ambito doverosamente laico come quello della comunità scientifica, tanto più adatto per evidenziarne lo stridore, viene risucchiato dentro una faida religiosa diventata il quadro decorativo utile per riversare i rari sensi di colpa e le finte aperture di risoluzione. Una forzata passività, la voglia di smarcarsi nel disinteresse, nel disimpegno volontario dalla causa comune, mettono in risalto lo stato di prigionia, le ferite inferte alla libertà e la scoperta di essere soltanto pedine.

Concetto ribadito nella costatazione di un’assenza di controllo su quanto di più intimo ci possa essere, la famiglia, attraversata da segreti fatti di silenzi che hanno sapore di bugia, da legami di sangue per cui l’abdicazione è un opzione disattivata e succube di un gioco più grande. Una sfida di popoli accomunati da un’unica propensione alla sopravvivenza, vuoi animata da una spinta secolare nel tentativo di emendare la colpa ed evitare il castigo, o dalla vocazione al martirio per difendere dei diritti territoriali usurpati da un anelito di terra promessa, in un melting pot di rivendicazione ideologica che prevede il ricorso sistematico alla violenza. MV5BOWY5NWE2ZmQtNmU0MS00ZTNkLWJjOGEtNTk3NTM3MGQ4N2NiXkEyXkFqcGdeQXVyMzM0NDA5Mzk@._V1_Fisica in riferimento ad un terreno coperto di corpi dilaniati dalle bombe ma soprattutto psicologico nel lento assorbimento della paura, nei metodi d’interrogatorio degni della peggiore inquisizione, esplicitato dal regista in uno splendido squarcio kubrickiano di aranciate meccaniche nel tentativo di disorientare il teste attraverso la disfunzione temporale del sonoro.

Doueiri, storico collaboratore di Tarantino, fermato in Libano di ritorno dalla Mostra del Cinema di Venezia dove aveva portato L’Insulto, film premiato con la Coppa Volpi per l’attore palestinese Kamel El Basha, con l’accusa di collaborazionismo con il nemico sionista, frutto di un vecchio dossier che lo riguarda, e processato da un Tribunale Militare che lo ha scagionato, si trova nella paradossale situazione di essere candidato all’Oscar come miglior film straniero. In rappresentanza di un paese dove la sua presenza è ritenuta scomoda, quantomeno dalle autorità politiche, che però non perdono l’occasione di autorizzarne la candidatura per ricavarne prestigio, mentre il successo al box office conferma tra tanti detrattori la presenza di numerosi sostenitori della sua causa. Lo stesso tentativo di boicottaggio che il regista ha dovuto subire anche per The Attack, colpevole soltanto di prendere distanza dall’intolleranza, tacciato di tradimento e censurato in una progressiva regressione verso un estremismo fondamentalista che ha lanciato accuse, ottemperando al ruolo di difensore di una presunta morale pubblica, di oscenità e corruzione dei costumi, mistificando l’imparzialità di uno sguardo analitico e la licenza poetica dell’autore.