The eyes of my mother, di Nicolas Pesce

Il rigore di un’estasi furibonda. Onirico, destabilizzato da un delirio religioso strisciante. The eyes of my mother di Nicolas Pesce è l’incubo di una famiglia americana di provincia chiusa dentro ermetici precetti votivi, ipnotizzata da un desiderio lacerante, vietato, che resta vittima di un assedio traumatico del reale.  Che fa diventare il bisogno naturale di contatto esterno, l’esigenza incessante di vita, col suo velo di novità, transitoria, con il suo essere diversa, sconosciuto, poco rassicurante, pieno di rumore. La reazione ad un primo appuntamento tanto complicato assume i contorni di un tentativo maldestro, di un gesto impacciato, estraneo ai costumi, inammissibile, esposto al pericolo di un inferno brulicante di tentazioni. Ed al netto di un’esperienza psicotica negativa, con il rischio che si materializza in tutto il suo orripilante splendore, questo spiraglio, questa apertura viene ricacciata nell’ombra, con rinnovata diffidenza, e la voglia di vendicarsi alla prima occasione risulta moltiplicata di energia distruttiva, in un misto di fede e rancore.

Francisca (Kika Magalhães) vive in una fattoria circondata dai boschi insieme alla madre ed al padre, isolati in un fervore mistico lastricato di buone intenzioni. Come da copione il mondo della ragazza viene sconvolto da una serie di eventi terribili, distribuiti dal regista con dei robusti salti temporali, in grado di alterare il suo stato emotivo già largamente compromesso. Pur rinunciando quasi completamente al ricorso allo splatter, il film d’esordio di Nicolas Pesce, presentato al 2016 Sundance Film Festival, riesce a restare meritatamente dentro i recinti dell’horror grazie ad un bianco e nero chirurgico che restituisce delle atmosfere inquietanti, che richiamano alla memoria, soprattutto per l’uso della luce naturale, Il Nastro Bianco di Haneke. Con un supporto incisivo di dialoghi rarefatti, di silenzi carichi di suspense, in attesa dell’arrivo di un mostro che è soprattutto il venire a galla di un’oscurità latente. Un’ombra che spande i suoi tentacoli, inesorabile, fino a tagliare i ponti con ogni possibile redenzione.

Un mostro da tenere in catene, e si può pensare a Tusk di Kevin Smith, da rendere cieco, e qui i riferimenti, con ovvie e necessarie distinzioni di senso, si fanno molto importanti e vanno da Andrej Rublev di Tarkovski a Funeral Parade of Roses di Toshio Matsumoto, e/o muto. Con il sospetto che questo ostaggio mutaforme, per la sua caducità terrena, questo insolente straniero, non sia altro che la proiezione di una nostra spaventosa ambizione. La storia è minimale, ma tanto è sottratto alla narrazione ordinaria, tanto viene aggiunto in quella simbolica e percettiva. Il declino della protagonista nel baratro della paura e nella follia dell’isolamento coatto ammonisce inoltre sulle derive del pregiudizio e della chiusura alle differenze, avvertite come pericolo.