The Hero, di Brett Haley

Lee Hayden (Sam Elliott), un veterano del cinema western con il meglio della sua carriera alle spalle, trascorre le sue giornate fumando marijuana con il suo spacciatore, Jeremy (Nick Offerman), fino a quando una diagnosi di cancro al pancreas, uno dei più aggressivi, ridistribuisce le sue priorità. Allaccia una relazione eccitante e controversa con una stand-up comedian, Charlotte (Laura Prepon), e tenta di riconciliarsi con la figlia, Lucy (Krysten Ritter), mentre immagina un ruolo in un film per un ultimo, significativo, ritorno sulle scene. La storia è ispirata al dramma in lingua Tamil del 2015 intitolato “Uttama Villain” scritto da Kamal Haasan.

L’ombra della fine imminente riesce a scuoterlo dall’incubo del quotidiano, la supina accettazione di uno stato d’impotenza e lo scivolamento verso l’impalpabile disintegrazione coincidono beffardamente con una presa di coscienza inderogabile, lontana dall’assunzione di responsabilità, ormai tardiva, e con la scoperta di uno sguardo inedito sull’umano, il vicino, l’evidente.

Dal mare comincia a montare un’onda, poi un’altra, con un effetto domino impossibile da fermare, il rimosso, l’inascoltato viene finalmente alla luce e l’amore, la famiglia, passano dall’essere un ammasso doloroso da trascinare con una indifferente abitudine, una diffusa sensazione d’inadeguatezza dai fini autoassolutori, ad essere una riserva dove cercare un senso a qualcosa che svanisce. A quel punto è come cercare d’arrampicarsi su una parete priva d’appiglio e continuare a scivolare, a scivolare…

La vita di Lee simula qualcosa di molto vicino ad un sogno, inconsistente, leggero, un progressivo distacco verso l’eterno nella proiezione nitida della morte, di cui ormai sente il passo sinistro nell’angolo abbandonato nel quale aveva trovato rifugio, caduto nel dimenticatoio dopo gli anni del successo nello star system, un passato sbiadito per un mondo che rifiuta pause. E quelle che nel film sono incursioni nello spazio onirico assumono come contraltare la fisionomia del reale, divengono premonizione ed hanno l’intensità totalizzante di una fantasia shakespeariana.

MV5BODQ4N2YzNjctODRmYi00NGE5LWJjZDAtNTVmN2Q2MDVjOTZlXkEyXkFqcGdeQXVyMzExMTY0MjU@._V1___1515230813_109.73.188.131My candle burns at both ends, It will not last the night – But ah, my foes, and oh, my friends – It gives a lovely light! Questi versi di First Fig di Edna St. Vincent Millay declamati da Charlotte mentre Lee si reca a ricevere un premio alla carriera descrivono metaforicamente l’insicura ed affascinante vita dell’artista disposto/costretto spesso a sacrificare un naturale punto di riferimento, gli affetti, in un farneticante anelito di gloria, consapevole di finire in un pericoloso tritacarne, nel contagio lascivo della vetta nei giorni felici, in un gioco egoistico dominato dall’ambizione. Una candela la cui luce appunto non supererà la notte. Con uno straordinario potere ammaliante.

Il film di Brett Haley ha un impianto narrativo molto simile a The Wrestler di Darren Aronofsky, dove un lottatore professionista con dei problemi di salute, spinto ai margini del circuito dove riesce ad esibirsi solo per piccoli spettacoli, per sopravvivere è costretto ad avere un lavoro part time in un alimentari. Così come Randy ‘The Ram’ Robinson (Mickey Rourke) anche Lee è tenuto a fare i conti con l’esclusione, ed infatti è ridotto ad usare la voce, cifra distintiva dei suoi personaggi, come fuori campo per dei spot pubblicitari. Ed ancora, il rapporto complicato con la figlia e l’inizio di un legame imprevisto, lì una spogliarellista qui una cabarettista, ne ricalcano quasi morbosamente la trama. Quello che li distanzia è la consapevolezza o meno di inseguire una chimera, la disillusione ed il disincanto dell’eroe di Haley in forte contrasto con la rabbia esistenziale dovuto all’inattività ed all’inaccettabile gusto della sconfitta per il personaggio interpretato da Rourke. Come singolare e sopra le righe è l’incarnazione minimalista del protagonista fornita da Sam Elliott, cowboy sin dai tempi di Butch Cassidy di George Roy Hill, film nel quale ha esordito, ruolo ricoperto ancora in Tombstone e strepitosamente in The Big Lebowski di Joel Coen, a cui l’atmosfera polverosa del western è cucita addosso, salvo che stavolta quella polvere dà la netta impressione di essere penetrata fino all’anima.