The lodgers – Non infrangere le regole, di Brian O’Malley

Quale sono le regole infrangibili per fare un film dell’orrore? Oppure, il fatto di stravolgere il manuale e lasciare meno spazio al canonico, è forse il segreto per non cadere nell’oscuro abisso della banalità? Se ci troviamo davanti un altro horror movie che si svolge in una casa infestata in qualsiasi posto della Gran Bretagna, forse non ci resta che salire la scala invece di scappare, chiuderci nella stanza più esposta e vulnerabile, e aprire la porta a quel visitatore strano che sappiamo finirà per essere il cattivo. Lasciarsi portare nella dimensione già conosciuta, dove ci aspetta quel luogo sicuro che ci offre l’efficacia di un genere cinematografico.

L’horror gotico The lodgers – Non infrangere le regole, del regista irlandese Brian O’Malley mette subito in evidenza questa inquietudine, nel focalizzare il racconto dal principio che è anche la sua mobilità: l’attesa del momento in cui le regole verranno rotte. “Non tornare a casa dopo mezzanotte. Non fare entrare nessun estraneo in casa. Non separarsi mai l’uno dall’altro”, ripetono come un mantra i gemelli orfani Rachel (Charlotte Vega) ed Edward (Bill Milner) nel giorno del loro diciottesimo compleanno. La loro vita, nell’Irlanda del 1920, è stata segnata da una maledizione che si tramanda da generazioni e che li tiene prigionieri a casa, per espiare le colpe dei loro antenati. I fratelli condividono il quotidiano con delle presenze che provengono da un mondo liquido, da una sorgente sotterranea, sempre precedute dall’acqua, che sembrano essere anche il loro riflesso, oppure un anticipo della loro condanna. Ognuno rappresenta due facce della stessa medaglia: mentre Edward si è già rassegnato a una vita sotto la maledizione, Rachel è convinta di poterne uscire; l’arrivo di un estraneo che viene a sconvolgere la sua vita riafferma questa idea e diventerà l’unica salvezza possibile.

Come se fosse uno spettro, oppure una realtà sospesa che è soltanto un riflesso the-lodgers_05del passato, la casa dove Edward e Rachel si muovono come anime in pena è già abbandonata, rovinata. Così, il film è esposto sin dall’inizio come un corpo morto, un circolo che si ripiega all’infinito e che ripete centomila volte le stesse dinamiche in un modo canonico, facendo sì che ogni movimento, ogni reazione, ogni spettro che passa sfocato davanti agli occhi sia in un certo modo o l’altro, aspettato. Ed è precisamente questo ciò che potrebbe infrangere la regola principale dal genere in cui s’inquadra la dimensione di The Lodgers: lo spavento genuino del fattore sorpresa, dell’inaspettato. E anche il fatto di sapere che i principi proposti, le legge che i personaggi seguono e che rendono la loro gabbia ogni volta più indistruttibile, verranno sicuramente infranti.

La costruzione dell’atmosfera gotica, e la precarietà con cui presenta la propria dimensione cinematografica – uno spazio in rovina, già senza ritorno, che mostra la sua fragilità e fa capire che, alla fine, il cinema è anche una dimensione senza tempo -, e il suo spirito cinefilo – con riferimenti/omaggio a L’atalante e alcune scene che sembrano un riflesso di La forma dell’acqua – è ciò che permette a The Lodgers di mantenersi in superficie, muovendosi come l’acqua, ritrovando il suo flusso. Sempre in attesa di una svolta, di un senso, di una nuova regola che possa essere infranta.

 

Titolo originale: The Lodgers
Regia: Brian O’Malley
Interpreti: Charlotte Vega, Eugene Simon, Bill Milner, Moe Dunford e David Bradley
Distribuzione: M2 Pictures
Durata: 100′
Origine: Irlanda