The OA. Netflix e la dimensione del parallelo

È approdata in questi giorni The OA, serie originale Netflix, creata da Zal Batmanglij e Brit Marling (l’attrice-icona del piccolo cult Another Earth). Prairie (la stessa Marling) è una ragazza non vedente che scompare per sette anni. Al suo ritorno ha riacquistato la vista, e tutti si chiedono: è il risultato di un miracolo o è un pericolo per gli altri? Ma sopratutto dove è stata per sette anni?

Torna ancora l’idea della dimensione parallela, come se fosse un pensiero ricorrente, una sorta di ritornello stampato nella testa degli artigiani Netflix. Basti pensare a serie come Sense8 (al via la puntata natalizia il 23 dicembre) o a Stranger Things (annunciata da subito la seconda stagione). Nella prima c’è una strana dimensione psichica, una connessione telepatica fra i personaggi in grado di eliminare ogni confine spazio-temporale. Nella seconda c’è  un mondo che sembra uguale al nostro sia a livello di spazio che a livello di tempo, ma che in realtà è molto più grigio, molto più triste, abitato da strani esseri che sembrano aver succhiato via tutta la forza e la luce. E in comune il potere dell’empatia, dimensione parallela per eccellenza: l’empatia fra otto persone che vivono negli angoli più disparati del mondo e fra una madre e un figlio che comunicano tramite piccole lucine colorate.

stE come  non pensare  all’universo Marvel, Jessica Jones, Luke Cage, fino all’acclamatissimo Daredevil. I super eroi di una diversa dimensione terrena, i guardiani della città di Hell’s Kitchen. E ancora, il rilancio della terza serie di Black Mirror, che dalla sua nascita (2011) fino ad oggi non fa che interrogarsi sullo sconfinamento dell’universo tecnologico nel mondo umano (tramite cui anche la dimensione della morte può anche travalicare quella della vita, e diventare parallela ad essa, come in San Junipero, ma già nella seconda stagione con Torna da me). Black Mirror, la dimensione dello schermo nero… e questo ci sembra ancora più interessante, che questo interrogativo avvenga all’interno di una piattaforma come Netflix. Quasi come se Netflix si interrogasse su se stessa e sulla sua sconfinatezza.

Perché Netflix  è una sorta di dimensione parallela, non serve ragionarci troppo su. È una conseguenza dedotta dal nostro mondo quotidiano, dalla velocità e dall’immediatezza di esso. Un mondo che vive sempre più su due piani, quello del reale e quello 2.0 (che poi non è altro che una diversa variante del reale stesso). Netflix come dimensione altra rispetto alla sala, dimensione che si contrappone al  cinema dei maxischermi e lo spezzetta in mille dispositivi: dalla tv di casa, al computer, al tablet, allo smartphone. L’estensione dell’intrattenimento, che si muove in tutti gli spazi (poiché può mostrarsi ovunque) e che travalica il tempo (non ci sono orari da rispettare, il film non inizia finché non premiamo play).

netPensando alle origini della piattaforma tutto torna. Fin dalla sua nascita, l’azienda era portatrice della grande rivoluzione, quella dell’home video. Già allora  si muoveva nel nascente strano luogo di Internet. L’utente prenotava sul web il suo DVD o videogioco e questo gli veniva recapitato via posta. Col tempo Netflix rinuncia del tutto allo spazio fisico, non si avvale più del muoversi nella città per arrivare a casa di tutti, ma il viaggio avviene attraverso un altro spazio sconfinato.

E tornando a Sense8 non ci stupisce più di tanto che le sorelle Wachowski, creatrici di Matrix, si siano affidate a Netflix per lanciare la loro serie tv. Matrix, la realtà simulata creata dalle macchine, l’uomo che agisce nel parallelo cyberspazio. Già allora Matrix riprendeva temi che affollano la mente degli uomini da sempre (la realtà parallela non nasce già con i miti, non descrive  anche la grande dicotomia religiosa? Ma soprattutto non è già la mente una realtà parallela al corpo?)  Al giorno d’oggi è impossibile, una volta che il pensiero ci si sofferma sopra, non rifletterci fino allo sfinimento. Perché oggi, per quanto in un modo diverso da come s’intende il termine, la realtà parallela è più tangibile che mai. Con Internet possiamo compiere azioni quotidiane come fare la spesa, con Netflix possiamo muoverci all’interno di mondi sconfinati, semplicemente stando comodi sul nostro divano.

Con The OA, Netflix torna sempre sulle sue ossessioni, tramite la penna di Brit Marling, personaggio controverso nel panorama americano. Prima di diventare attrice, Brit si laurea in economia; nel 2013 gira con lo stesso Batmanglij The East, un film sul Freeganismo, che non è un’abitudine alimentare, ma  un preciso stile di vita anticonsumistico che si basa sull’idea della partecipazione minima all’odierna economia. Sul rifiuto dello spreco e su una base sociale che sia il più possibile comunitaria. Non è anche quella del Freeganismo la volontà di creare un’altra dimensione, diversa a quella che caratterizza l’economia radicata ormai da secoli? Potrebbe sembrare una forzatura, ma forse non è così, soprattutto oggi, in un mondo in cui tutto sembra essere collegato più che mai.  E Netflix, che in un certo senso persegue l’idea dell’alto consumo di prodotti audiovisivi, non ragiona poi al suo interno su un mondo altro da quello di cui fa parte? Non descrive le sue molteplici derive?

ccCi sembra che lo faccia anche quando abbandona le vie della  fantascienza e si intrattiene sul reale. Pensiamo a documentari come Cooked. In un mondo dove la realtà del cibo sembra essere solo quella legata all’industria e all’intensificazione della produzione, Cooked attraverso il ritorno alla cucina e alle tradizioni propone un ricollegamento fra gli uomini. La rinascita, tramite la storia e l’evoluzione dei modi di cucinare, della dimensione della cultura culinaria, lontana dalla fabbricazione ininterrotta di prodotti identici, per abbattere la dimensione globalizzante del cibo.

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