#Venezia74 – The Shape of Water, di Guillermo Del Toro

Se il tempo è un fiume che sgorga dal passato – come ci dice il profetico calendario sfogliato all’inizio – eccoci di nuovo a parlare di un film di Guillermo Del Toro come il fedele affluente che trova la sua foce nell’immaginario cinematografico novecentesco. Nulla di nuovo sotto il sole, è vero. Anche qui il regista messicano ripropone il suo collaudato mix di ricostruzioni storiche facilmente identificabili (la Guerra Fredda, le nuove frontiere kennedyane, la crisi missilistica cubana…siamo a Baltimora nel 1962) e trame favolistiche che strizzano l’occhio all’horror classico (una misteriosa creatura marina viene catturata in Amazzonia per essere studiata in un segretissimo laboratorio dove lavora la protagonista Elisa). Del resto dalle favole cupe raccontate in La spina del diavoloIl labirinto del Fauno, sino ai corpi aumentati nei materici mostri di HellboyPacific Rim, le varie anime del cineasta messicano hanno sempre cercato un difficile equilibro tra Storia e storie… e allora cosa c’è di diverso in questo The Shape of Water?

shape-of-waterInnanzitutto gli umori di Hollywood (dalla serie A alla Z) si palesano qui, senza compromessi, in tutta la loro potenza simbolica e drammaturgica. Quella stessa Hollywood che alberga letteralmente nel movie theater sotto casa di Elisa Esposito – ragazza timida e muta, che si sente “altra” rispetto al mondo circostante –, combattendo un’impari battaglia con l’onnipresente televisione che sta conquistando i salotti e gli sguardi di ogni spettatore (“al cinema non entra più nessuno” dice l’esercente). Ecco che la mitologica Creatura senza nome – parente stretta di Abe Sapien? – diviene una cavia maltrattata e strappata al suo spaziotempo dove veniva “venerata come un Dio“. Insomma: la metafora sui destini attuali del cinema dovrebbe essere ormai più che palese, manifestando per giunta il disperato bisogno di una spettatrice/amante che restiruisca forma e ossigeno al mostro. Due solitudini che entrano pian piano in contatto attraverso la mediazione della musica e del musical… e l’amore sboccia.

the shape1E allora: Guillermo Del Toro non è mai riuscito pienamente a dar forma da regista alle belle intuizioni che ha sempre avuto come sceneggiatore, zavorrando molti dei suoi film con simbolismi e rime visive a dir poco ridondanti. Insomma quella sacrosanta levità favolistica (che ammanta simili ispirazioni in registi come Spielberg, Burton o Shyamalan) è sempre stata un po’ castrata nel cineasta messicano, ma si riscatta qui proprio nell’immaginario collettivo che sa far rivivere con insolito pathos: dall’invasione dei televisori/ultracorpi (straordinario il lavoro sui materiali d’archivio) al rifugio sicuro trovato in una sala vuota (che proietta The Story of Ruth); dalla pubblicità come nuovo orizzonte artistico del riciclo (sprazzi da Norman Rockwell per l’amico disegnatore interpretato da Richard Jenkins), alle istanze dei diritti civili come sfondo di molte lotte individuali (il barista razzista da abbandonare); dalle spie sovietiche che si occultano per “impedire all’America di arrivare nello Spazio“, ai villain patriottici e violenti che impediscono il tenero amore non convenzionale (Michael Shannon come sempre in gran forma)… e poi, naturalmente, l’amore per il cinema: Il mostro della laguna nera di Jack Arnold apre a tutta la serie B anni ’50 dalle cose degli altri mondi ai raggi X. Eccoci al punto: seppur frenato da una certa programmaticità di fondo The Shape of Water riesce comunque a concedere sprazzi di tenera e sincera commozione sciolti in un densissimo magma immaginario. Dopo il passo falso di Crimson Peak Del Toro firma uno dei suoi film più riusciti, rifunzionalizzando al meglio la sua smodata passione per il cinema americano e configurando (ancora) il fanciullo desiderio di uno schermo tornato condiviso. Uno schermo ormai fuso alla favola dei suoi personaggi, fuori dalla sala, in cerca di ogni nuova forma dell’acqua

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