The Sixth Sense – Il sesto senso, di M. Night Shyamalan

Ci sono film che, in qualche modo, entrano nell’immaginario collettivo, che se ne impossessa e li trasforma occasionalmente in creature del tutto diverse da come sono state concepite: strappata la loro veste, non resta che un corpo da predisporre secondo un uso disparato. Così Il sesto senso è stato e continua a essere dispositivo incontrastato di rivisitazioni e parodie in qualsiasi sfera del quotidiano. Parliamo ovviamente della scena in cui il piccolo Cole (Haley Joel Osment) sussurra al dottor Crowe (Bruce Willis) il suo segreto. La popolarità di questo momento, che è poi la chiave di (s)volta del film, può dare più delle parole la misura di quanto esso sia fondamentale non tanto per un discorso sul genere cinematografico quanto, facendo un passo indietro, sulla narrazione stessa come elemento di costruzione di una verità travestita da menzogna.

Che non sia un discorso esclusivo di genere lo dichiara il film stesso nella sua impossibilità o meglio volontà di non restare legato fino in fondo alle convenzioni: smascherata la verità che porta il dottore (e con lui lo spettatore) ad accettare la sua condizione, Shyamalan, ed è questo il merito più grande, sposta l’attenzione dal paranormale al normale, reindirizzando lo sguardo sul dramma umano (il “ricongiungimento” con la moglie) che del resto aveva dato inizio alla storia. Il sesto senso, all’apparenza un thriller con elementi horror, fa uso di situazioni e atmosfere classiche per parlare di incomunicabilità, di assenza di rapporti umani più che di parole: il paziente che si sente tradito dal dottore (“Mi hai abbandonato”, gli urla); il dottore stesso che cerca di capire perché la moglie sia distante; le presenze che tormentano il bambino, il quale a sua volta non riesce a confidarsi con la madre vivendo una situazione insostenibile – i due finiscono spesso per litigare. Ed è proprio la parola, a lungo rifuggita o mistificata (le bugie), il meccanismo che permette alla storia di avviarsi verso una riconciliazione collettiva.il sesto senso_the sixth sense_bruce willis

In questa costruzione a specchio, in cui il corpo di Crowe si riflette negli occhi di Cole ed entrambi riescono ad andare avanti grazie all’aiuto dell’altro, Shyamalan che è anche sceneggiatore si diverte con il pubblico disseminando il film di tracce che possono condurre alla soluzione e gioca in prima persona regalandoci il suo cameo consueto. Ma è sempre nella scena principale che il regista dà la sua prova migliore ironizzando sul linguaggio stesso della scrittura: il dottor Crowe sta raccontando una favola a Cole, che è in ospedale per un piccolo trauma; la storia non è un granché e il bambino gli suggerisce di aggiungere qualche svolta… ed ecco che il regista/narratore sempre per bocca del suo personaggio gli fa rivelare il segreto che darà modo di materializzare i suoi incubi.

Shyamalan però non dà una rappresentazione atipica del paranormale e non ne sembra interessato: anche la fisicità che concede ai corpi è, almeno in questo contesto, finalizzata a mettere in piedi il grande cortocircuito di senso che sorprende lo spettatore e lo porta a riconsiderare tutto ciò che fino a quel momento è successo. Riguardando questo film a distanza di quasi vent’anni, innumerevoli sono le immagini che spuntano nella mente – collegamenti ad altri film e serie tv che hanno preso in prestito qualcosa. Non che Shyamalan non abbia fatto lo stesso – non si vuole stabilire alcun primato; piuttosto è più utile notare come Il sesto senso continui il discorso del regista – qui innestato nel tessuto di un “genere” – sulla natura umana, sulla sua precarietà, e sulla crisi che nasce dal confronto con l’altro e che porta inevitabilmente a una trasformazione.

 

Titolo originale: The Sixth Sense
Regia: M. Night Shyamalan
Interpreti: Bruce Willis, Haley Joel Osment, Toni Collette, Olivia Williams
Durata: 107’
Origine: Usa, 1999