The Square e L’arte nel Cinema: la performance definitiva

Se il Cinema è il riflesso di una realtà già morta – come guardare le stelle che brillano lontano sapendo che ormai sono già senza vita – un museo è anche uno spazio concepito per corpi morti: pezzi di storia inerti, fossili, prove tangibili dell’esistenza di un passato e riflessi di un presente che sfugge, che va via troppo veloce. L’incrocio tra le due dimensioni – museo e cinema – sembra seguire un flusso naturale, che trova nell’arte contemporanea un modo più dinamico di esprimere la volontà dietro l’incontro. Ed è proprio questo fervore ciò di cui si nutre il film svedese The Square – Palma d’oro a Cannes 2017, la storia del curatore Christian e le sue live performance al Museo d’arte contemporaneo di Stoccolma che si trasformano in una viscerale e forse inspiegabile ossessione. Come se il film di Ruben Östlund avesse raggiunto un nuovo livello, cioè andare oltre il corpo cinematografico, diventare grottesco e invadente al punto di essere disgustoso, ma non poterne allo stesso tempo staccare gli occhi mentre si espande su ogni spazio possibile. 

Ruben Östlund, certamente, non è il primo; la sua proposta ha forse sfruttato una SONY DSCperfetta congiunzione tempo/ spazio – una performance, appunto, si deve svolgere al momento giusto – rendendo visibile un argomento che ormai il cinema ha già sviluppato di diverse forme e in altri contesti. Come se fossimo dentro un’esposizione, per capire il fenomeno dietro The Square bisogna metterlo in prospettiva con il suo passato, confrontarlo con altri oggetti cinematografici per far si che raggiunga un senso in quanto parte di una dimensione più grande di se stesso. In questa prospettiva si può rivisitare Visage di Tsai Ming-Liang (2009), su un regista che deve girare la storia di Salomè dentro il Museo del Louvre, il luogo ideale per sfruttare una consapevole chiusura nello spazio-tempo e anche una concentrazione delle sue ossessioni cinematografiche. Visi, personaggi, miti e leggende di un passato che Tsai cerca di far diventare presente, dargli una mobilità infinita ma allo stesso tempo posizionarli dietro una vetrina perenne, come un atto quasi disperato di prendere per mano ciò che sta per sparire. Una salvezza che almeno il Cinema è in grado di concedere.

La dialettica dietro il film di Aleksandr Sokurov L’Arca russa (2002) - che racconta, in un piano sequenza girato interamente dentro il Palazzo d’inverno di San Pietroburgo, 300 anni di storia della Russia – raggiunge un altro livello di rapporto tra spazio e tempo, portando oltre il concetto di performance e trasformando il proprio corpo cinematografico in una installazione, un gioco d’artificio, dove ogni sala diventa un capitolo di una storia sospesa, che cresce ma a un certo punto si scontra con i confini della sua stesArcaRussa3sa capacità. Una volta ancora, e paradossalmente, il cinema rende lo spazio chiuso una possibilità di espansione definitiva e ritratta il passato come un assunto postmoderno, in quanto assomiglia a un network pieno di hyperlinks dove ogni porta, ogni angolo, ogni cambio di direzione apre delle possibilità infinite.

Prendendo la città come sala estesa della ultimate art gallery - Parigi, la città delle luci la dimensione di Holy motors di Leo Carax (2012) spinge al massimo l’idea d’arte come action-reaction, causa/effetto, con lo sguardo del pubblico come unico modo per misurare il grado di realtà. Un personaggio che si ritrae in cento volti diversi, un cimitero che – come un museo, fatto di corpi inerti – si rende vivo, una dimensione dove l’illusione cinematografica, la stella che brilla anche se è morta, si fa così risplendente e vicina che diventa quasi reale.

Con tutte le sue forme e modi di espandersi, il fenomeno dietro The Square assomiglia ogni volta di più a una scena di Una Notte al Museoper quanto questo paragone potrebbe dispiacere proprio a Östlun. A quella dimensione doaholymotors2ve i morti, i dinosauri e i fossili tornano alla vita ogni notte sfidando la loro condizione, come se non si conformassero con l’appartenenza ad un passato, a un qualcosa già finito, e continuassero in modo testardo a cercare nuove forme di vita. Ma anche se possono muoversi, correre e raggiungere quello che cercano, tutto rimane un’illusione visto che finisce lì, sospeso e dissolto dentro le pareti infrangibili del museo. Forse la performance definitiva sia nel riuscire ad andare oltre i limiti dell’Arte e il Cinema, dello schermo e dello sguardo del pubblico e diventare un corpo a parte, un altro tipo di installazione che trovi un modo di vivere più di una notte, oppure 300 anni. 

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