TS+FF 2017 – I generi in salsa sci-fi: Liam O’Donnell, Paco Plaza, Marko Mäkilaakso

Negli ultimi due giorni di programmazione, il Trieste Science+Fiction Festival 2017 declina la cultura cinematografica sci-fi nelle sue più varie contaminazioni di genere, regalando la giusta dose di divertimento, adrenalina e spavento. Abbiamo visto in anteprima italiana Beyond Skyline (in lizza per il premio Asteroide), Verónica (fuori concorso) e It Came From the Desert (in concorso per il premio Méliès d’Argent e per il premio Asteroide).

Beyond Skyline è il sequel di Skyline, diretto nel 2010 dai fratelli Colin e Greg Strause. Considerati i risultati, incoraggianti ma certo poco lusinghieri, del primo episodio – per lo più stroncato dalla critica e appena promosso al botteghino, con un incasso di 21,3 milioni di dollari negli Stati Uniti e di 45,4 milioni di dollari dai mercati internazionali, per un totale di 66,8 milioni di dollari, a fronte di un budget di soli 10 milioni di dollari – per questa nuova avventura si è tentato di rimescolare le carte sul tavolo: i fratelli Strause, proprietari della nota società di effetti visivi Hydraulx, sono passati dalla regia alla produzione esecutiva, mentre Liam O’Donnell, sceneggiatore della pellicola originale con Joshua Cordes, non si è limitato allo screenplay ma ha anche diretto il sequel. Soprattutto, è stato raddoppiato il budget a disposizione, ammontante a 20 milioni di dollari. La pellicola, la cui distribuzione internazionale è a cura di XYZ Films, ha avuto la sua première mondiale nell’ottobre scorso al Sitges Film Festival – Festival Internacional de Cinema Fantàstic de Catalunya.

Beyond_Skyline_03.0Il detective di Los Angeles Mark Corley (Frank Grillo) pensava che far uscire di prigione il figlio diciottenne Trent (Jonny Weston) fosse stato il momento peggiore della giornata. Ma ecco che mentre sono sulla metro verso casa, il cielo si colora di una strana luce blu e, subito dopo, la popolazione dell’intera città viene risucchiata da un’enorme astronave aliena. Mark si dirige verso la marina a capo di un gruppetto di sopravvissuti, fra i quali l’intraprendente Audrey (Bojana Novaković). Quando poi anche Trent viene rapito, è costretto ad abbordare la nave alla ricerca del figlio. Mentre gli alieni si spostano sul pianeta, a caccia dei resti dell’umanità, Mark attraversa la terrificante astronave, scoprendone gli agghiaccianti segreti. Piombato nelle profondità della giungla indonesiana, il protagonista vi incontra Sua (Iko Uwais) e la sorella Kanya (Pamelyn Chee), leader della “resistenza umana sotterranea”. E scopriamo che, mentre per lui queste indesiderate creature aliene rappresentano una novità assoluta, per Sua e il suo gruppo – intento a difendere un sacro tempio millenario – non sono affatto degli “sconosciuti”.

La strategia di modificare, sarebbe meglio dire “rimpastare”, la line-up in cabina di produzione e di regia ha evidentemente sortito gli effetti auspicati e si è rivelata assai vantaggiosa per la qualità complessiva della messinscena. Laddove Skyline balbettava pesantemente nel ritmo, l’episodio diretto dal trentacinquenne produttore e sceneggiatore statunitense Liam O’Donnell, qui al suo esordio alla regia, si rivela molto più coinvolgente, divertente e godibile. Merito, soprattutto, di una storia che non conosce battute d’arresto e che ha nella dinamicità dell’azione il suo maggiore punto di forza. Il film riparte da dove terminava il primo episodio: il protagonista Jarrod  (Eric Salter Balfour) era stato ucciso mentre proteggeva la moglie incinta Elaine (Scottie Thompson), ma il suo cervello era stato incorporato in uno degli esoscheletri alieni e continuava a lottare per difendere la compagna. Ci viene quindi mostrato cosa è avvenuto parallelamente e successivamente, introducendo il personaggio di Mark, detective con grossi problemi di alcool, alle prese con il ribelle figlio Trent, che passa da un arresto all’altro. L’elenco delle citazioni e dei riferimenti è quanto mai lungo e O’Donnell riesce nella non facile operazione di miscelare il tutto con un notevole sense of humour, evitando di scimmiottare le influenze per un gusto cinefilo fine a se stesso e concentrandosi, piuttosto, sulla propria cifra stilistica, capace di attraversare con disinvoltura e genuinità diversi filoni e sottogeneri cinematografici, dallo splatter alle arti marziali, dal cyberpunk all’action movie, omaggiando in particolare registi come John McTiernan, Roland Emmerich e James Cameron. La saga di Die Hard (1988-2013) strizza l’occhio a Predator (1987); La Guerra dei Mondi (2005) incontra lo shooter game Titanfall (pubblicato nel 2014 da Electronic Arts e seguito, nel 2016, da Titanfall 2); Independence Day (1996) e Independence Day – Rigenerazione (2016) flirtano con Pacific Rim (2013); Alien vs. Predator (2004) va a braccetto con Aliens vs. Predator: Requiem (2007, diretto proprio dai fratelli Strause), in una vorticosa giostra che frulla insieme interminabili combattimenti con spade/coltelli/pistole/fucili/laser/pugni/calci, scienza aliena capace di mettere a punto sofisticate strutture tecno-organiche e massicce dosi di eroismo e di buoni sentimenti familiari. Beyond Skyline, non diversamente da It Came From the Desert (lo vedremo a breve), rende un affettuoso e nostalgico tributo anche alla cine-fantascienza fondativa degli anni ’50 e ’60 e agli sparatutto avveniristici e sanguinolenti di una lunga tradizione video-ludica, senza dimenticare i mitici anime giapponesi popolati da mecha e kaijū. Il cinquantaduenne Frank Grillo – protagonista, tra tante altre pellicole, dei due sequel della saga di The Purge (The Purge: Anarchy, 2014, e The Purge: Election Year, 2016), è “cazzuto” al punto giusto da porsi sulla scia degli epigoni a stelle e strisce di John McClane e da ricordare molto da vicino le performance fantascientifiche di Michael Biehn, attore feticcio di James Cameron, mentre gli indonesiani Iko Uwais e Yayan Ruhian, virtuosi delle arti marziali, fanno rivivere le atmosfere di The Raid: Redenzione (2011) e The Raid 2: Berandal (2014), entrambi diretti da Gareth Evans, e deliziano il pubblico con spettacolari ed acrobatiche scene di lotta all’arma bianca. Il segreto per apprezzare fino in fondo un prodotto come Beyond Skyline è semplice ed è presto detto: mettere da parte le riflessioni esistenziali e le digressioni filosofiche della fantascienza “colta” – per quanto l’idea dei cervelli strappati ed installati nelle strutture aliene faccia pensare alla centralità della mente umana, al terrore della perdita di controllo in un universo antropocentrico e, in ultima analisi, ad una lettura asimoviana particolarmente pulp – ed abbandonarsi al puro piacere di un intrattenimento consapevole della propria qualità narrativa ma, al tempo stesso, capace di non prendersi troppo sul serio.

Verónica è il sesto lungometraggio per il grande schermo del regista, sceneggiatore e produttore spagnolo Paco Plaza (Second Name, 2002; I Delitti della Luna Piena, 2004; [REC], 2007; [REC]2, 2009; [REC]– La Genesi, 2012), tra i più acclamati esponenti della nuova generazione aurea dell’horror iberico, insieme al “compare” Jaume Balagueró. Presentata in anteprima internazionale lo scorso settembre al Toronto International Film Festival, la pellicola si inserisce tra i numerosissimi horror che prendono spunto da storie realmente accadute – il più delle volte con una consapevole e, ormai, “modaiola” campagna di promozione volta a sottolineare in ogni modo possibile questo espediente narrativo – e rivisita quello che viene definito nel prologo come l’unico caso che la polizia spagnola ha classificato come inspiegabile e soprannaturale e che, ad oggi, rimane ancora insoluto. Prodotto dalla Apache Films di Enrique López Lavigne, la pellicola è distribuita in Italia a cura di Notorius Pictures.

veronica_3Madrid, agosto 1991. Verónica (Sandra Escacena) è un’adolescente di quindici anni che, dopo la morte del padre, si prende cura del fratellino Antoñito (Iván Chavero)  e delle sorelline Lucia (Bruna González) ed Irene (Claudia Placer), mentre la madre Ana (Ana Torrent) lavora giorno e notte in un locale di sua gestione per mandare avanti la baracca e garantire alla numerosa prole una vita dignitosa. Un giorno, durante un’eclissi di sole, insieme a due compagne di scuola, Rosa (Ángela Fabián) e Diana (Carla Campra), decide di fare una seduta spiritica per invocare il fidanzato deceduto di una di loro. Ma visto che l’amica ha dimenticato di portare con sé un oggetto personale del defunto, Verónica, che invece ha con sé una fotografia del padre, decide di evocarne lo spirito. Nel momento culminante dell’eclissi i vetri si frantumano: Verónica entra in una sorta di trance e sviene, spaventando le compagne. Poi si riprende e va a casa. Ma qui comincia a notare dei piccoli cambiamenti: oggetti che si spostano, respiri nel buio. E ancora non sa quali orrori l’attendono.

La pellicola è ambientata a Vallecas, quartiere operaio e periferico tra i più problematici ed iconici della capitale spagnola, terreno di elezione per il cinema quinqui che tra il 1978 e il 1985 cineasti liberi e coraggiosi come Eloy de la Iglesia e José Antonio de la Loma hanno contribuito a diffondere sulle tematiche della delinquenza giovanile e del degrado sociale. Inizialmente il film era stato concepito con il titolo di El Expediente, ma successivamente Plaza ha optato per il nome della giovane protagonista perché il precedente titolo avrebbe fatto pensare troppo alla ricostruzione poliziesca di un’indagine reale, mentre nelle intenzioni del regista prendeva sempre più corpo il desiderio di condurre un approfondimento psicologico, simbolico e socio-politico che poco avrebbe avuto a che vedere con il rapporto di un commissario di polizia. Sceneggiato dallo stesso Plaza e da Fernando Navarro (Toro, 2016; Anacleto: Agente Secreto, 2015), il film, per ammissione dello stesso regista, strizza l’occhio alla realtà soprattutto perché intende collocare il racconto in uno spazio e in un tempo specifici, quelli della Spagna prima delle Olimpiadi di Barcellona del 1992, una fase storica che ha visto la transizione tra la fine del post-franchismo e l’inizio di una democrazia stabile, dando al popolo iberico l’illusione di essersi finalmente avviato verso la modernità. Il quarantaquattrenne regista valenciano è interessato, soprattutto, ad utilizzare la veste orrorifica della pellicola per mettere in scena una personale analisi di temi come la famiglia con i suoi ruoli sociali e le sue gerarchie interne, i conflitti interiori degli adolescenti di oggi – solo apparentemente “moderni” ed emancipati – e la graduale scoperta della propria femminilità con tutto ciò che ne consegue in termini di paure, ansie e responsabilità. C’è molto “non detto” nella sceneggiatura e nel modo in cui è stata trasposta su pellicola: diventiamo così spettatori di silenzi complici e insieme ingombranti, di segreti inconfessati ed inconfessabili, di dialoghi sibillini e quasi sempre superficiali tra la giovane e sua madre, quasi a non voler scoperchiare un pozzo di memorie terribili ed insostenibili. Il fatto è che quella di Verónica sembra un’adolescenza rubata o negata, al di là della piega soprannaturale che prenderanno gli eventi: costretta a crescere prematuramente per badare al fratellino e alle sorelline in assenza della madre, chiamata a sostituirsi ad entrambi i genitori, con pochissime valvole di sfogo all’infuori della musica e di un paio di presunte amiche che sembrano non comprenderla fino in fondo. Neppure le mestruazioni sembrano volerla accompagnare nella sua crescita. E, soprattutto, il rapporto con il padre defunto è avvolto nella nebbia più fitta e sembra il frutto di un ricordo che sbiadisce e regredisce nell’immaginazione infantile, perché dopo è accaduto qualcosa, un qualcosa di ancora più sinistro e terribile dell’ombra di un’entità maligna, ma che non è dato conoscere. È questo il fulcro drammatico di Verónica ed è questo che lo rende suggestivo e che lo fa funzionare piuttosto bene. La costruzione della suspense e la ricreazione delle atmosfere domestiche sono efficaci proprio perché legate principalmente all’universo della protagonista, prima ancora che alla rivelazione del male e alle manifestazioni spettrali. Queste ultime, di per se stesse, non sono particolarmente spaventose e traggono linfa, appunto, dalle angosce e dai silenzi della ragazzina, così come si rivela funzionale alla strutturazione delle dinamiche della paura la recitazione naturalistica e naïf dei piccoli attori che compongono il nucleo familiare di Verónica, assolutamente deliziosi e credibili nel loro candore infantile. In ogni caso, Plaza sceglie di dare corpo a questo villain immateriale in maniera piuttosto originale e bizzarra, facendone una creatura a metà strada tra un alieno, un uomo nero ed un cadavere carbonizzato. Plaza vuole mostrarci come l’inspiegabile si annidi prima di tutto nella nostra psiche e come il soprannaturale sia essenzialmente una proiezione del subconscio, in un inestricabile groviglio di suggestioni tra ciò che cresce dentro e ciò che appare fuori: fino a quando la protagonista “ignora” nulla e nessuno sembrano intaccare la sua “verginità” interiore, neppure il regolare ciclo fisiologico di una giovane donna. Piuttosto scontato risulta, invece, il classico espediente metaforico della “cecità” capace di vedere le ombre, anche se l’attrice Consuelo Trujillo regala al suo personaggio, la non vedente “Suor Morte”, un che di decisamente sinistro. Il maggior merito del regista è quello di riuscire a farci vedere il mondo con gli occhi di questa fanciulla, a far coincidere il nostro punto di vista con quello di un’adolescente: perché, se così non fosse stato – siamo sinceri – si sarebbe trattato di uno dei tanti modesti horror che popolano le sale delle rassegne cinematografiche. La fotografia di Pablo Rosso e le musiche di Eugenio Mira contribuiscono in maniera efficace alla definizione e alla crescita di un progressivo stato di sottile inquietudine. Non mancano riferimenti a pellicole particolarmente care al regista, da L’Esorcista (1973), di William Friedkin, a Carrie – Lo Sguardo di Satana (1976), di Brian De Palma, ma soprattutto – come racconta lo stesso Plaza – gli omaggi a tanto cinema spagnolo, da ¿Quién puede matar a un niño? (1976), di Narciso Ibáñez Serrador, a Cría Cuervos (1975), di Carlos Saura, fino a El Espíritu de la Colmena (1973), di Víctor Erice. In entrambe queste ultime due pellicole ha recitato Ana Torrent, presente anche qui nel ruolo della madre di Verónica in quello che è un evidente omaggio ad una grande interprete spagnola: “Anche nel mio film si chiama Ana, come in Cría Cuervos”, ha rivelato Plaza. “Mi piaceva pensare alla biografia di quella ragazzina, che finisce per sposarsi con un uomo di Vallecas, gestisce un bar e ha quattro figli. Mi piace immaginare che Verónica sia un falso sequel di quella pellicola. Ana Torrent è un’attrice mitica, da adolescente mi turbò anche in El Nido (1980) di Jaime de Armiñán. Ho voluto giocare e ammiccare a Cría Cuervos, ma non volevo esagerare, perché il film deve avere una vita propria e quando gli omaggi ti prendono la mano corri il rischio di perdere la bussola del tuo lavoro”.

Terminiamo la nostra cronaca della rassegna triestina con un breve accenno a It Came From the Desert, spassosissimo divertissement sceneggiato e diretto dal trentanovenne regista finlandese Marko Mäkilaakso (War of the Dead, 2012), prodotto dalla Roger! Pictures in collaborazione con Alliance Media Partners e distribuito in Italia dalla Minerva Pictures.

maxresdefault (5)Si tratta di un monster movie che fonde commedia horror e action movie, tutto decisamente concepito per intrattenere e divertire un pubblico di giovanissimi spettatori e per omaggiare in maniera sperticata il cosiddetto genere “Creature Features”. La pellicola prende in prestito il titolo dall’action-adventure game di culto del 1989 firmato da Cinemaware per Amiga e, in seguito, per la console TurboGrafx-16. Il leggendario videogame, così come il film, è ispirato ai b-movie degli anni ‘50, in particolare al celeberrimo Assalto alla Terra (Them!, 1954) di Gordon Douglas, in cui formiche giganti geneticamente mutate invadono le città diventando una minaccia per la nazione. Il film nasce dalla sinergia tra la casa di produzione finlandese e gli sviluppatori del videogame originale della Cinemaware e porta l’orda di gigantesche formiche mutanti ad invadere il Nuovo Messico. La sceneggiatura è a sei mani e ha visto Mäkilaakso collaborare con Hank Woon (Age of Dinosaurs, 2013) e Trent Haaga (68 Kill, 2017). Il videogioco presentava una grafica di alto livello e, cosa inconsueta per l’epoca, degli intermezzi animati. Il giocatore assumeva il ruolo del geologo Greg Bradley che arrivava nella remota cittadina mineraria di Desert Breath in Nevada nel 1951 per indagare sul sito di un impatto meteoritico. Bradley scopriva che le radiazioni dei meteoriti avevano trasformato le formiche locali in mostri mutanti giganti che si stavano accoppiando e diffondendo. I giocatori dovevano elaborare un piano per contenere le formiche, mentre si lavorava contro un timer che scandiva il tempo che separava il presente dal momento in cui le formiche sarebbero divenute la specie dominante del pianeta. Il gioco presentava una difficoltà molto ben bilanciata con ogni dipartita e relativa nuova sessione di gioco che davano al giocatore ulteriori informazioni utili a proseguire la missione e contenere l’espansione degli insetti. Il dr. Bradley visitava nuove città in cerca di indizi, intervistando gente del luogo ad ogni tappa. Il gioco terminava con successo quando il giocatore, individuata la colonia di formiche, piazzava esplosivi vicino alla regina. Il film è stato girato ad Almería, Spagna, nell’autunno 2016, nel deserto di Tabernas, la regione più arida d’Europa. Cosa altro aggiungere? Per la verità poco o nulla, per il semplice motivo che It Came From the Desert si propone come unico scopo quello di divertire, tra corse sfrenate in motocicletta, feste nel deserto con litri di birra, basi militari segrete nel sottosuolo, insicurezze d’amore e quanto altro. A renderlo particolarmente spassoso è anche l’attualizzazione e l’aggiornamento del linguaggio dei giovanissimi interpreti, per cui lo spettatore troverà una serie infinita di citazioni e di riferimenti piuttosto recenti, dalle Miniere di Moria ne Il Signore degli Anelli a L’Incredibile Hulk. Il pubblico in sala ha apprezzato molto. La critica si è divertita a cuor leggero, per una volta.

Au revoir, “fantastica” Trieste.