TS+FF 2017 – Cold Skin. Sentieri Selvaggi intervista Xavier Gens

Il regista, sceneggiatore e produttore francese Xavier Gens (Frontiers – Ai Confini dell’Inferno, 2007; Hitman – L’Assassino, 2007; The Divide, 2011; The Crucifixion, 2017) è uno degli ospiti di punta della 17a edizione del Trieste Science+Fiction Festival. Il suo ultimo lavoro, Cold Skin (GUARDA il trailer), è frutto di una sinergia produttiva franco-spagnola che vede impegnate le iberiche Babieka Films e KanZaman (attiva anche in Francia e a Monaco) e la francese Ink Connection, di cui Gens è general manager. La pellicola è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo (titolo originale: La Piel Fría [in catalano, La Pell Freda], 2002) dello scrittore ed antropologo catalano Alberto Sánchez Piñol, tradotto in quasi 40 lingue.

Settembre 1914. È da poco scoppiata la Prima Guerra Mondiale in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este a Sarajevo (28 giugno). Un piroscafo a vapore si avvicina ad una remota isola ai confini del circolo polare artico (nel libro siamo in Patagonia). A bordo c’è un giovane di origine irlandese (nel libro si tratta di un ex combattente dell’IRA) – la cui identità non viene rivelata e che nel film verrà chiamato con il soprannome “Friend” – che dovrà trascorrere un anno in questa landa desolata svolgendo il lavoro di osservatore meteorologico, un compito che lo costringerà ad un lungo periodo di solitudine. Lo scorbutico e farneticante guardiano del faro, Gruner, lo informa che l’ufficiale che lo ha preceduto è morto di tifo. Friend, amante della letteratura e della poesia e alla ricerca di una consapevolezza di sé e di una calma interiore che lo portano a fuggire dal mondo civilizzato, verificherà presto che Gruner gli ha mentito e che l’isola nasconde un terribile segreto: dopo il tramonto, infatti, la baracca in cui alloggia sarà presa d’assalto da strane creature anfibie dalle sembianze vagamente antropomorfe. La necessità porterà il giovane a stabilire un’ambigua convivenza con il guardiano del faro. Quali segreti nasconde ancora l’uomo e, soprattutto, chi o cosa sono queste terribili creature?

cold-skin-1024x683Girato a Lanzarote, l’isola più nord-orientale dell’Arcipelago spagnolo delle Isole Canarie, e presentato in anteprima internazionale lo scorso ottobre alla 50a edizione del Sitges Film Fest – Festival Internacional de Cinema Fantàstic de Catalunya, Cold Skin è prima di tutto una straordinaria esperienza visiva ed un affettuoso omaggio alla cultura – pittorica, poetica, letteraria ed etnografica – del XIX secolo, in particolare alla corrente romantica, che ha contributo a creare l’immaginario fantastico moderno di cui il regista si è imbevuto. I riferimenti lirici e filosofici disseminati nella pellicola non costituiscono soltanto un portato simbolico e non si annidano esclusivamente “tra le righe” della sceneggiatura curata da Jesús Olmo con la collaborazione di Eron Sheean: spesso, infatti, si tratta di presenze tangibili che acquistano “corpo” attraverso i libri che il giovane ufficiale porta con sé o “parola” mediante la voce fuori campo del protagonista che cita puntualmente brani tratti da poesie o scritti sette-ottocenteschi. Da Robert Luis Stevenson a Herman Melville, da John Keats a Percy Bysshe Shelley, da Friedrich Wilhelm  Nietzsche (nel prologo del film viene citata una sua celebre frase contenuta nel saggio Al di là del Bene e del Male, 1886: “Chi lotta contro i mostri deve guardarsi dal non diventare, così facendo, egli stesso un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”) a William Butler Yeats, fino a Edgar Allan Poe (in particolare, il racconto incompiuto Il Faro, forse scritto nel 1849 e pubblicato dal biografo George E. Woodberry nel 1909), ripercorriamo oltre un secolo di narrativa, poesia e filosofia. Ma i rimandi letterari, più o meno espliciti, non riguardano soltanto il XIX secolo e vanno più addietro nel tempo: vediamo infatti sfogliare un’edizione ottocentesca de L’Inferno della Commedia di Dante, così come avvertiamo la sensibile influenza della letteratura inglese tra Cinquecento e Seicento, da William Shakespeare a Daniel Defoe. La categoria estetica di sublime romantico inficia l’intera costruzione della pellicola e la sua evocazione è affidata anche, se non soprattutto, alla resa visiva ed atmosferica delle ambientazioni, per cui davanti ai nostri occhi si compongono immagini e cromie che ci trasportano idealmente sulle superfici dipinte dei paesaggi di un Salvator Rosa, di un Joseph Mallord William Turner, di un William Blake, fino a creare un autentico tableau vivant con il protagonista che, di spalle, si staglia in controluce su un dirupo roccioso e contempla una costiera arcaica avvolta dalla foschia e agitata dal vento, chiaro riferimento alla celebre tela “Viandante sul Mare di Nebbia” di Caspar David Friedrich (1818).

In questa inesauribile ridda di citazioni trovano spazio anche la narrativa fantascientifica a cavallo tra Ottocento e Novecento – dalle inquietanti creature primordiali di Howard Phillips Lovecraft ai “viaggi straordinari” di Jules Verne, fino alle annotazioni scientifiche, biologiche e zoologiche in salsa sci-fi di Herbert George Wells – la letteratura di viaggio e di costume, lo sviluppo delle indagini antropologiche ed etnografiche a cavallo tra XVIII e XIX secolo e, dulcis in fundo, la teoria evoluzionistica elaborata da Charles Robert Darwin (1859). Le creature anfibie realizzate dai supervisori agli effetti visivi Félix Bergé e David Ramos – un curioso ed affascinante ibrido tra rospo, delfino e pinguino, con movenze feline ed espressioni umanizzate, a tratti “umanissime” – hanno un notevole impatto visivo e richiamano alla mente i Na’vi di Avatar (2009), di James Cameron, e il dio fluviale di The Shape of Water (2017), di Guillermo Del Toro. Esse rappresentano, al tempo stesso, una costola eterodossa, e portata alle estreme conseguenze, delle formulazioni darwiniane – quasi il prodotto di una selezione scientifica alternativa ad una dottrina biologica da sempre considerata inattaccabile – ed una potente metafora della diversità e della “mostruosità” – e delle violente lotte che ne conseguono per assoggettare o distruggere chi è “altro” da noi – che si rivela funzionale a rovesciare assunti positivisti e antropocentrici per mettere in luce i crimini, le nefandezze ed i preconcetti dell’uomo “moderno”. E non è un caso che sullo sfondo ci sia la barbarie del primo conflitto mondiale o che il centro simbolico ed “equilibrante” del racconto diventi ben presto un soggetto-oggetto muto e passivo, Aneris, l’enigmatica creatura anfibia, unica della sua specie ad instaurare un rapporto privilegiato con i due umani protagonisti della pellicola: umiliata e schiavizzata da Gruner, che ne abusa anche per il proprio piacere sessuale, rispettata e osservata con tenerezza ed empatia da Friend, che con essa cerca di stabilire un dialogo paritario. Ciò che Aneris è per il suo “popolo”, vale a dire una sorta di guida principesca, si scontra brutalmente con ciò che di lei viene percepito dalla razza dominante, l’uomo.

L'actor David Oakes a 'La pell freda' (horitzontal).Nella resa psicologica dei due personaggi maschili troviamo suggestioni ed interpretazioni che costituiscono la parte saliente del messaggio che Gens veicola attraverso il film: Friend e, soprattutto, Gruner richiamano al tempo stesso la dicotomia stevensoniana della psiche umana, scissa tra un Henry Jekyll e il suo alter ego Mr. Hyde; la solitudine universale dell’uomo davanti a Dio e alla natura e le meditazioni sull’esistenza e sulla salvezza di Robinson Crusoe; la dimensione tragica, diremmo faustiana, del capitano Achab, con la sua ossessiva determinazione, le sue incrollabili e false certezze e la sua vocazione all’autodistruzione. Emerge così in superficie il millenario e ciclico atteggiamento dell’uomo, che conquista ed asservisce il selvaggio e il diverso perché ne teme la violenza e la mostruosità o in nome del progresso scientifico e di una presunta selezione naturale, perpetuando così un auto-inganno smascherato nell’epilogo del film. Impossibile non andare con il pensiero – e lo stesso Gens lo afferma nel corso del nostro incontro – allo sterminio delle popolazioni autoctone dell’America centro-meridionale ad opera dei conquistadores spagnoli (1519-1560) o al massacro degli amerindi in America settentrionale per mano, prima, dei colonizzatori europei – portoghesi, spagnoli, francesi e inglesi – e, poi, della comunità statunitense. David Oakes (attore britannico protagonista di numerose serie televisive: I Pilastri della Terra, 2010; I Borgia, 2011-2012; The White Queen, 2013; Victoria, 2016-2017) e Ray Stevenson (Thor, 2011; Divergent, 2014; The Divergent Series: Insurgent, 2015;  Thor: Ragnarok, 2017) offrono un eccellente prova attoriale, riuscendo ad esprimere i propri turbamenti interiori, l’inquietudine ineffabile che li porta a scappare dalla società borghese e civile (?), il differente bagaglio culturale che li contraddistingue – la pellicola vuole essere anche un omaggio alla “superiorità”, tutt’altro che biologica o etnica, dell’uomo colto – e la diversa sensibilità nell’approccio con le creature che popolano l’isola. Sorprende Aura Garrido (El Cuerpo, 2012; Stockholm, 2013; El Ministero del Tiempo [serie televisiva], 2015-2017), chiamata ad interpretare un ruolo complicato come quello di Aneris, priva di favella ma senziente, destinata quindi a comunicare con lo sguardo e la gestualità. La fotografia di Daniel Aranyó cattura en plein air le suggestioni atmosferiche e ben si adatta alla poetica romantica del sublime, incorniciando albe e tramonti di straordinari squarci cromatici di rosa ed arancio, de-saturando i colori primari per rendere al meglio il bianco della spuma delle onde, il nero delle rocce e delle coste e il grigio dei nembi tempestosi, restituendo il guizzare dei chiaroscuri e il baluginare delle ombre. Le spaventose notti, sospese in un limbo eterno fatto di quiete e violenza, vibrano e si accendono di riverberi con la luce intermittente del faro, le fiammelle delle lanterne e il bagliore dei razzi segnaletici. Dove Cold Skin barcolla un tantino è nell’adattamento della struttura del romanzo di Piñol: Gens dimostra di avere una carica visiva così personale e potente da slegarsi eccessivamente dalle ambientazioni del libro e, d’altra parte, la necessità di condensare il racconto – le tre settimane del romanzo diventano i tre giorni del film, racconta il regista – nella canonica ora e quaranta minuti comporta inevitabilmente delle sbavature nella rappresentazione dello scorrere del tempo sull’isola. Altro punto debole, la colonna sonora di Víctor Reyes, rinomato compositore di Salamanca, piuttosto retorica e prevedibile. Tuttavia, nel complesso, Cold Skin – che si pone a metà strada tra prodotto di intrattenimento e messaggio filosofico ed antropologico – merita un plauso per la straordinaria capacità di Gens di evocare scenari e visioni di grande impatto estetico e di notevole complessità metaforica e per l’ottimo lavoro della troupe che si è occupata del comparto visivo, dal design agli effetti e alla fotografia.

cs10-1Prima di scegliere Lanzarote, abbiamo effettuato numerosi sopralluoghi in Groenlandia, in Islanda, in Canada e in Irlanda. Alcune location le abbiamo scartate perché poco adatte all’impianto visivo che volevamo creare, ma molte siamo stati costretti a lasciarle perché, per quanto fantastiche, ponevano il problema di girare ad una temperatura troppo rigida, anche di -15 gradi”. Il quarantaduenne regista di Dunkerque rammenta che per trovare il giusto bilanciamento tra casting, scelta delle ambientazioni adatte e ricerca dei fondi ci sono voluti oltre cinque anni. Inizialmente, il progetto di adattare il romanzo di Piñol per il grande schermo era stato affidato al britannico David Slade su una sceneggiatura di Alex e David Pastor: “Avevo letto il romanzo ai tempi di Hitman, nel 2007. In quel momento stavo lavorando ad un progetto sul navigatore ed esploratore francese Jean-François de La Pérouse, intitolato Vanikoro: insomma, nemmeno a farlo apposta, un soggetto che aveva delle affinità con La Piel Fría. Venni poi a sapere che Slade aveva abbandonato il progetto per girare alcuni episodi della serie televisiva Hannibal (2013-2014) e accettai immediatamente questa sfida, soprattutto dopo aver letto la nuova sceneggiatura redatta da Jesús Olmo (28 Settimane Dopo, 2007)”.

Gens racconta, quindi, alcuni aneddoti legati alla realizzazione della pellicola e si sofferma sul processo creativo che ha portato alla definizione delle creature: “Per realizzare il faro abbiamo dovuto costruire una strada su una superficie lavica presso la spiaggia di Las Malvas a Lanzarote, vicino al Parco Nazionale di Timanfaya. Ma ci siamo ispirati ad un faro realmente esistente in Antartide. Quanto al design delle creature mi sono basato molto sul libro, del resto Piñol è anche antropologo. Diciamo pure un antropologo frustrato per il fatto che Darwin ha scoperto tutto. Quindi, non avendo nulla da scoprire, ha inventato una storia sulla scoperta di una specie. Si tratta di una fantasia antropologica, se vogliamo. Abbiamo discusso molto tra di noi e abbiamo ascoltato scienziati ed esperti di zoologia marina, di biologia e di scienze dell’evoluzione. Ci siamo ispirati principalmente a mammiferi marini come pinguini e delfini, ma anche ai rospi e ai gatti per alcune movenze. C’è voluto un anno e mezzo per trovare il feedback giusto per Aneris. Desideravo un approccio antropologico e scientifico alla creatura: in fondo è un essere umano che si è evoluto in modo diverso. Non avrebbe avuto una postura bipede, almeno non soltanto. Così abbiamo parlato con gli scienziati che ci hanno spiegato che se noi, esseri umani, ci fossimo evoluti in creature sottomarine, saremmo risultati più simili ai delfini. Di qui la scelta di conferire alle creature una pelle che ricordasse la livrea dei delfini, gli occhi degli anfibi, le squame e le branchie, le dita palmate, ma ancora in numero di cinque come negli esseri umani. Il personaggio è stato creato, quindi, secondo una logica darwiniana. Il nome lo abbiamo scelto perché, anagrammato, dà Sirena e ci piaceva questo aspetto favoloso e mitologico. Per il suo lamento ci siamo ispirati ai canti degli Inuit, dopo tutto Aneris proviene dall’Antartide. Non dimentichiamo, poi, che il nostro production designer, il due volte premio Oscar Gil Parrondo, ha lavorato con Tony Scott e con molti altri registi, anche hollywoodiani. Gil è morto di recente ad oltre 90 anni e con la sua ricchissima esperienza ci ha aiutato tantissimo nella concezione del disegno del set”.

Per quanto riguarda il casting, il regista francese spiega: “Avevo appena scelto David Oakes per un ruolo nel mio ultimo film, The Crucifixion, ma poi ho riflettuto sul fatto che quel film lo avrei girato in Romania e che Oakes non aveva nulla che lo facesse apparire credibile come rumeno. Così l’ho tenuto in serbo per altre idee e gli ho affidato la parte principale in Cold Skin. Stevenson, invece, l’ho conosciuto sul set mentre dirigevo alcuni episodi della serie televisiva poliziesca Crossing Lines (2013-2017)”.

La straordinaria ricchezza di riferimenti pittorici e letterari presenti nella pellicola è frutto di una tua precisa scelta culturale o la troviamo anche nel romanzo?No, il libro di Piñol non approfondisce molto questo tipo di aspetti, resta sul vago nella definizione dei paesaggi e si concentra sulla narrazione delle vicende. Ma più che renderli una proiezione delle mie letture o della mia sensibilità artistica, ho fatto in modo che tutti i riferimenti di cui parli fossero il prodotto della cultura del protagonista principale. Appena sbarcato sull’isola lo vediamo, infatti, riporre con cura nel suo ufficio improvvisato tutta una serie di libri di cui possiamo leggere nitidamente titolo e autore. Ecco, i riferimenti che vediamo nel film nascono dalle conoscenze e dalle passioni letterarie e poetiche del personaggio impersonato da Oakes, un animo impregnato di cultura romantica, amante della letteratura classica inglese e italiana e della filosofia tedesca”.

I due protagonisti maschili sembrano incarnare un diverso approccio alla vita, anche se entrambi danno la sensazione di un’infelicità costante e di un indefinito bisogno di evadere dalla società e dal mondo civilizzato. Come hai cercato di definirne i caratteri salienti?: “Il personaggio di Gruner rappresenta quelle persone conservatrici ed ultra-nazionaliste che hanno paura dell’altro, sono xenofobe, spesso misantrope, e tendono ad esorcizzare queste ansie attraverso la rivendicazione, il possesso, la posizione dominante, l’eliminazione fisica o psicologica del diverso. È un personaggio sicuramente caricaturale, ma al tempo stesso è profondamente umano. È un uomo che ha sperimentato un trauma terribile e si è isolato su quell’isola: si sente respinto, ma in realtà è egli stesso che respinge il mondo. Abbiamo creato, poi, questo sotto testo sulla storia d’amore con sua moglie, che ha certamente perso. Il dolore lo ha spinto ad un esilio volontario e a cambiare la propria identità. Gruner è un’invenzione ed è, insieme, la bestia umana. È l’uomo che ha paura. Friend incarna invece quella categoria di uomini idealisti e romantici imbevuti di cultura e di sensibilità. È una figura di chiara ispirazione rousseauiana. Il pensatore ginevrino sosteneva che più un uomo si accosta alla natura selvaggia e ad uno stile di vita isolato e più ne guadagna in termini di virtù e di disposizione alla pietà e alla compassione per i propri simili. Al contrario, il contatto con la società civile e con la comunità organizzata lo sottopone al bisogno di sentirsi accettato e alla necessità di ascoltare e prendere per buona l’opinione altrui. Da qui comincia un inesorabile processo di corruzione e di disuguaglianza. Ecco, Friend è il perfetto uomo rousseauiano. Ma avrà, come si è visto, un’evoluzione diversa”.

Nell’epilogo del film sembra che Friend si abbrutisca e che sia destinato a ripercorrere la vicenda personale di Gruner, dal momento che assistiamo ad una scena che richiama quella iniziale, a protagonisti invertiti. “Sembra così, ma in realtà è avvenuta un’evoluzione importante. Friend ha accettato in maniera consapevole la sua condizione, il suo non è più un atteggiamento di fuga. Diversi indizi stanno ad indicare che convive serenamente con Aneris in una relazione paritaria e pacifica, a differenza di Gruner. La sua apparenza selvaggia è solo un riflesso di ciò che vede, non di ciò che vive. E il suo sguardo perduto verso l’orizzonte contro cui si stagliano tre navi da guerra lascia intendere che il ciclo sta per ricominciare. Lui, uomo solitario, è in pace con se stesso, ma il genere umano ha nuovamente bisogno di conquiste e massacri. Se ne rende conto lui e se ne rende conto Aneris, che abbandona la terraferma per rifugiarsi nel suo elemento, l’acqua”.

cold-eyes-feature-img-geekexchange-070617In una sola giornata abbiamo visto tre film francesi: il tuo, quello di David Moreau e quello di Mathieu Turi, di cui sei executive producer. Ci sembra l’occasione giusta per tracciare un bilancio sul cinema di genere transalpino: “Purtroppo la Francia, così come l’Italia, la Germania e molti altri paesi, ha un sistema produttivo e distributivo estremamente conservatore. Realizzare film di genere creativi ed originali è sempre più complicato, bisogna lottare su più fronti e soltanto l’amore per il cinema e per le proprie idee ci consente di portare a termine i nostri lavori. Il mio film è una produzione franco-spagnola, quello di Turi è una piccola produzione indipendente, la pellicola di Moreau – che sembra quella maggiormente creata in studio – pure ha dovuto vincere molte resistenze prima di vedere la luce. Ecco, la situazione è questa. In Francia esiste prevalentemente la commedia, non diversamente che in Italia. Il nostro cinema popolare è l’uomo, e questo fa ridere le persone. Siamo depressi e dobbiamo uscire di casa e ridere degli altri. Questi sono i nostri blockbuster. Eppure, le idee ci sono e non dobbiamo necessariamente piegarci al cliché americano del supereroe, del kolossal catastrofico o dello sci-fi carico di effetti speciali. Mi riferisco ai vari Mainetti, Balagueró, Plaza, solo per citarne alcuni. Anche in Francia abbiamo autori straordinari che sanno fare fantascienza ed horror. Penso, in particolare, a Julia Ducournau e al suo Raw dello scorso anno”.