TS+FF 2017 – Il fantastico francese di David Moreau e Mathieu Turi

La terza giornata del Trieste Science+Fiction Festival 2017 è trascorsa all’insegna del fantastico francese. Dopo la panoramica sull’Europa Orientale è stata la Francia la grande protagonista della rassegna triestina con tre pellicole. Di Cold Skin abbiamo già detto. Spazio quindi a Alone [Seuls] di David MoreauHostile di Mathieu Turi.

Il quarantunenne regista e sceneggiatore francese David Moreau è decisamente un personaggio bizzarro con una gran voglia di scherzare, catturare l’attenzione ed atteggiarsi a disilluso (solo in apparenza, chissà) Peter Pan. Non è un caso che due dei suoi quattro lungometraggi finora realizzati abbiano per protagonisti bambini o adolescenti. Era il 2006 quando, insieme a Xavier Palud, Moreau firmò sceneggiatura e regia di Them – Loro Sono là Fuori [titolo originale: Ils], horror di ambientazione rumena diventato un vero e proprio cult, a metà strada tra Funny Games (1997), di Michael Haneke, e Alta Tensione (2003), di Alexandre Aja. Sempre a quattro mani con Palud è la regia del secondo lungometraggio, The Eye (2008), rifacimento del cinese Gin Gwai (2002) di Danny Oxide Pang. Del 2013 è invece la commedia sentimentale 20 Anni di Meno [titolo originale: 20 Ans d’Écart]. E proprio dopo questa, diciamolo pure, sciagurata incursione nel genere comedy, il regista di Boulogne-Billancourt ha pensato bene di tornare ad atmosfere più congeniali alla propria poetica cinematografica. Alone [titolo originale: Seuls] è un adattamento della popolarissima serie di graphic novel franco-belga scritta da Fabien Vehlmann e disegnata da Bruno Gazzotti, il cui primo volume è apparso nel gennaio 2006 sulle pagine della rivista “Spirou”. La pellicola, così come il fumetto, segue le vicende di cinque ragazzi che cercano di sopravvivere in un mondo da cui tutti sembrano essere scomparsi. Moreau ci guida attraverso la città deserta inghiottita da un’inquietante nebbia. Pare essere proprio la fine del mondo.

018657.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxx-h_2017Leila (Sofia Lesaffre) ha sedici anni. Si sveglia tardi, come al solito. Però oggi non c’è nessuno a dirle di sbrigarsi. Dove sono i suoi genitori? Sale in sella alla bici e sfreccia per il quartiere: non incontra anima viva. Sono tutti scomparsi. All’inizio pensa di essere la sola sopravvissuta a un qualche disastro, ma poi incrocia altri quattro ragazzi: Dodji (Stéphane Bak), Yvan (Paul Scarfoglio), Camille (Kim Lockhart) e Terry (Jean-Stan Du Pac). Assieme, cercheranno di capire cosa è successo, imparando a sopravvivere in un mondo che è diventato ostile. Ma sono davvero soli? E, soprattutto, chi sono davvero?

Realizzato con un budget piuttosto esiguo di 6,3 milioni di dollari, il film – come già ci ha raccontato ieri Xavier Gens – ha trovato una casa di produzione francese disposta a credere nel progetto, la Echo Films di Abel Nahmias, che ha finanziato la pellicola in cooperazione con la Faust Film, la piccola società presieduta da Moreau, e con la partecipazione di StudioCanal. La distribuzione italiana è curata dalla Draka Distribution. Anche per questo il lavoro di Moreau rappresenta indubbiamente una boccata d’aria fresca ed un’operazione coraggiosa nell’accidentato territorio del cinema di genere transalpino. Eppure, le positive esperienze di Alexandre Aja, di Julien Maury e Alexandre Bustillo, dello stesso Xavier Gens, di Benjamin Rocher, di Pascal Laugier, di Éric Valette e di Julia Ducournau sembrerebbero dimostrare che è soltanto una questione di scarsa fiducia – da parte delle società di produzione e di distribuzione, ma anche del pubblico francese – e, ovviamente, di rischi finanziari che finiscono per orientare le energie creative verso la comfort zone della commedia.

Presentato ad agosto scorso nell’ambito del programma del londinese Horror Channel FrightFest, Seuls è una divertente ed imperfetta avventura adolescenziale che strizza l’occhio ai tanti teen movie – sospesi tra horror, avventura e commedia fantascientifica – degli Eighties, da I Goonies (1985), di Richard Donner, a Stand By Me – Ricordo di un’Estate (1986), di Rob Reiner, ma resta fedele in toto alla propria origine fumettistica, tentando di svilupparsi in altre direzioni rispetto ad altre pellicole del genere e a questi acclamati precedessori, rinunciando alla tentazione di porsi come “romanzo di formazione” e veicolando, piuttosto, una serie di messaggi sociali, politici e culturali sulle gabbie imposte alla fantasia e alla naturale evoluzione psicologica degli adolescenti di oggi, prima di imboccare nel finale una rischiosa, quanto affascinante, soluzione a metà tra esperienza mistica e dimensione escatologica à la M. Night Shyamalan. Per quanto il regista ci abbia confidato di non seguire e di non amare le serie televisive – fatta eccezione per Breaking Bad – il film evoca, più o meno esplicitamente, suggestioni ed atmosfere che richiamano alla mente alcuni dei più noti prodotti recenti per il piccolo schermo, in particolare The Walking Dead (2010-2017) e Stranger Things (2016-2017), mentre il tema dell’improvvisa ed istantanea scomparsa della popolazione – con tanto di automobili lasciate in strada e di letti ancora caldi e disfatti – rivela una potentissima affinità con un’altra serie televisiva, The Leftovers (2014-2017). Allo stesso tempo, se non altro da un punto di vista squisitamente visivo, l’idea della nebbia (forse di origine chimica) che avanza ed inghiotte paesi e città ci rimanda, più che al celebre horror di John Carpenter del 1980, a The Mist (2017). Non sembrano mancare, infine, dei riferimenti alle due celebri trilogie di fantascienza per ragazzi, The Hunger Games (2008-2014) e Divergent (2011-2014). Il regista stesso ci ha ha parlato dei riferimenti a Piramide di Paura (1985) di Barry Levinson e a tutte le produzioni di Steven Spielberg negli anni ’80, mentre il fatto che il personaggio del “Lanciatore di Coltelli” sia stato filmato con una maschera à la Michael Myers è un chiaro omaggio a Carpenter (Moreau racconta di come lui e il compositore Robin Coudert siano andati ad assistere al concerto del regista americano al Grand Rex e di come abbiano avuto la possibilità di trascorrere un pomeriggio con lui). Ci sono dei passaggi in cui sembra essere presente una polemica nei confronti della società capitalistica dei consumi – come quando il gruppo di bambini alloggia abusivamente all’Hotel Majestic o presso la sede della banca di cui è proprietario il padre di Yvan – e si serve liberamente di automobili di lusso e di ogni sorta di comfort e di tecnologia: da questo punto di vista può sovvenire alla mente il grande magazzino di Nocturama (2016), di Bertrand Bonello. La fotografia de-saturata, livida e virata sui grigi di Nicolas Loir si rivela molto efficace nella resa di uno scenario apocalittico e, dal punto di vista visivo, la pellicola scorre via in maniera piuttosto godibile e stimolante. Le imperfezioni, certo, abbondano, a cominciare dai numerosi – diciamo pure un tantino troppi e qualitativamente molto diseguali – momenti di humour tipicamente adolescenziale e dalle cicliche pause di ritmo tra una fuga e l’altra, a creare delle sospensioni e delle ellissi che il pur volenteroso cast non riesce a colmare. La composizione sociale ed interrazziale del gruppo di giovanissimi protagonisti – una sedicenne di origine araba, un giovane nero solitario e tormentato, il figlio di un ricco banchiere di probabile origine ebraica e due ragazzini nerd di estrazione piccolo-borghese – vuole essere, già nel fumetto, un chiaro messaggio di integrazione e di contiguità socio-culturale per le generazioni a venire e costituisce indubbiamente un aspetto che potrà garantire alla pellicola una sicura presa emozionale, identitaria e di immedesimazione sulle giovani platee internazionali. Le minacce e le paure che Moreau trasmette attraverso il suo ultimo lavoro sono sicuramente poco originali, già viste e, spesso, meglio rappresentate e veicolate: inquinamento, pericolo nucleare, sconvolgimenti climatici, esaurimento energetico, nazionalismo, spersonalizzazione e assenza di memoria storica sono alcune delle inquietudini contemporanee più diffuse a cui il film attinge, con alterni risultati di credibilità ed efficacia. Soprattutto il finale, aperto quanto basta perché un qualsiasi produttore cinematografico o televisivo esperto possa suggerire un sequel o una rivisitazione nelle forme della serialità televisiva, è destinato, se non a sorprendere, a fare discutere, con il delinearsi di un limbo sempiterno di fanciulli, chissà se beati o dannati, organizzati in una società gerarchizzata che scimmiotta i filmati di propaganda plebiscitaria di alcuni regimi totalitari del passato. Un rimando a Il Signore delle Mosche (1954) di William Golding?

seulsRacconta Moreau: “Sono venuto a conoscenza del fumetto attraverso un mio amico sceneggiatore, i cui figli sono grandi appassionati del lavoro di Fabien Vehlmann e Bruno Gazzotti. Dopo avere letto le prime cinque pagine ho subito maturato la decisione di volerne trarre un film. Si tratta di un fumetto che mette insieme tutte le suggestioni e le fantasie di cui mi sono nutrito da adolescente”. È stato complicato ottenere i diritti dagli autori del fumetto? “Diciamo che ho dovuto flirtare con loro. Sul tavolo erano arrivate già diverse proposte tra cui una serie televisiva ed un film. Ma mentre altri soggetti interessati volevano riadattare la storia senza spiegare il mistero e le motivazioni per cui questi ragazzi rimangono soli, io sono stato sedotto proprio dalla particolarità della rivelazione adottata dagli autori. Di conseguenza, Vehlmann e Gazzotti si sono sentiti rassicurati sul fatto che l’essenza della loro storia non sarebbe stata tradita. E alla fine ho realizzato un film che è a metà tra horror e commedia, due generi che si dice non abbiano nulla in comune, una valutazione che non mi trova assolutamente d’accordo”. Il regista spiega che gli autori hanno avuto l’onestà di avvertire i genitori che non avrebbero letto storie di bambini che rubano dolci dai supermercati, ma che avrebbero gestito armi e affrontato tematiche come solitudine e sessualità. Sono bambini che affrontano temi adulti.

Moreau afferma di condividere il pensiero di alcuni colleghi italiani: è un vero peccato che in Francia come in Italia non si faccia abbastanza cinema di genere: “Eppure abbiamo tante storie da raccontare. Il fantastico non è necessariamente blockbuster e supereroi come in America. Seuls è un film di genere che tratta una storia fantastica che si svolge in Francia. Questo spazio narrativo è di solito riservato agli americani. Il grande problema in Francia è che non appena si viene a sapere che il prodotto è francese la gente non si fida. Il pubblico è refrattario a questo tipo di storie nel cinema francese, come se per volare nello spazio o affrontare degli zombie bisognasse parlare in americano. Per la maggior parte delle persone che non l’hanno visitata l’America è una realtà fittizia. Questo permette loro di credere in storie fantastiche. Al contrario, ciò che amo è essere immersi nella nostra vita quotidiana ed immettervi il fantastico. Lo trovo più forte”.

Passare da un fumetto al cinema è stato difficile?Al di là delle diversità espressive e tecniche dei due specifici media artistici, non ci sono grandi differenze. Dopo tutto si tratta di raccontare storie e ognuno di noi cerca di portare il più possibile il lettore o lo spettatore tra le pagine o in uno schermo. È ovvio che poi leggere lascia tutto lo spazio possibile all’immaginazione e alla fantasia, mentre nel cinema bisogna in qualche modo condensare ed imbrigliare l’immaginazione e dare una forma grafica e visiva alla fantasia. Sono molto curioso di sapere come il film verrà accolto fuori dalla Francia, dove tutti più o meno conoscono il fumetto. Tuttavia, il film è stato rilasciato lo scorso 8 febbraio e già posso anticipare che non ha incassato abbastanza denaro da rendere possibile la realizzazione di un sequel. In ogni caso, amo i film aperti e mi piace che il pubblico possa portarsi a casa una propria idea ed elaborare un proprio finale personale”.

Come hai scelto i giovani protagonisti del film?Lavorare con attori così giovani è stata un’esperienza difficile ma interessante e stimolante. Per il casting adatto abbiamo impiegato due anni. Non appena la sceneggiatura è stata scritta, abbiamo iniziato a cercare dei giovani attori che facessero al caso nostro. Quindi, abbiamo apportato delle modifiche allo script sulla base delle caratteristiche dei potenziali interpreti. Abbiamo dovuto invecchiarli per renderli più credibili, ad esempio Terry ha 5 anni nel fumetto, mentre ne ha 12 nella pellicola. Tuttavia, era importante che i nostri personaggi fossero adolescenti e non giovani adulti come in molti film americani. Gli interpreti più in là con gli anni erano Stéphane Bak, 18 anni, e Sofia Lesaffre, 17 anni, al momento delle riprese”.

Da Ils a Seuls sembra che tu abbia una predilezione nel dirigere bambini e adolescenti: Il mio psicanalista mi dice spesso che devo andare alla ricerca di quel periodo della mia vita compreso tra i 10 e i 13 anni. Diciamo quindi che realizzare film con bambini come protagonisti è per me una sorta di terapia, di autoanalisi. Del resto, quando avevo 8 anni chiedevo in continuazione a mia madre se dovessi morire e lei mi diceva che avrei vissuto per sempre. Al di là di tutto, mi piace lavorare con i giovani perché sono istintivi e non hanno filtri. Anzi, in un certo senso mi sono pentito perché in Seuls ho dato loro troppe gabbie entro le quali muoversi e troppi consigli. Alla prossima occasione li lascerò più liberi. La cosa fondamentale è che entrino in connessione con i loro personaggi: una volta raggiunto il punto di contatto, i bambini sono molto più diretti e immediati nell’interpretazione”.

Hostile è il primo lungometraggio scritto e diretto da Mathieu Turi, classe 1987, nativo di Cannes, già assistente alla regia per Quentin Tarantino (Bastardi Senza Gloria, 2009), Guy Ritchie (Sherlock Holmes – Gioco di Ombre, 2011) e Luc Besson (Lucy, 2014). Dopo aver realizzato due cortometraggi (Sons of Chaos, 2011; Broken, 2013), il quarantenne regista francese firma questo incubo post-apocalittico on the road dalle potenti venature romantiche, presentato in anteprima internazionale lo scorso settembre al FilmQuest Film Festival di Provo, Utah. Per l’Italia la distribuzione della pellicola è a cura di Twelve Entertainment.

coverlg (3)La Terra è stata colpita da una devastante epidemia che ha lasciato in vita solo poche migliaia di individui. Il pianeta è ora un ambiente ostile, in cui è difficile trovare cibo e rifugio. Nella loro lotta per la sopravvivenza, i pochi superstiti hanno scoperto di non essere soli: la notte, strane creature si aggirano a caccia, costringendoli a vivere nascosti. Juliette (Brittany Ashworth) è sopravvissuta all’apocalisse: la vita passata le ha insegnato a combattere e lottare. Un giorno, mentre sta attraversando il deserto di ritorno verso il campo base, perde il controllo dell’automobile: con una gamba rotta, rimane bloccata e intrappolata nel mezzo del nulla. E qualcuno o qualcosa sta arrivando.

Hostile è prima di tutto un film costruito su due livelli di racconto diversi per cronologia, location e tematiche narrate: un presente distopico e desolato in cui, in un deserto senza fine, si va a caccia di generi di prima necessità e di mostri da annientare e un passato “borghese” e affollato in cui, in una metropoli baluginante di luci, si svolgono normalmente le vite dei protagonisti, tra problemi di tossicodipendenza, mostre di Bacon, approcci galanti, storie d’amore, liti furiose, annessi e connessi. Il film procede attraverso un montaggio alternato di scene dal presente e dal passato, in una serie senza soluzione di continuità di flashback e di momento cogente che costituisce al tempo stesso un pregio ed un limite, stemperando sapientemente la tensione e trattenendola per il prossimo colpo ad effetto tra un momento e l’altro del racconto, ma finendo inevitabilmente per sfilacciare troppo la narrazione in un rivolo di frammenti visivi e dialogici – per altro non tutti degni di essere raccontati, diciamolo pure – che spezzano eccessivamente l’unità di tempo e di luogo. Il gioco dei riferimenti cinematografici, come in ogni sci-fi apocalittico che si rispetti, ha un suo fascino estetico ed una sua dignità di rivisitazione personale: dalla saga di Mad Max (in particolare, Mad Max: Fury Road, 2015, di George Miller) a Le Colline hanno gli Occhi (1977) di Wes Craven (ma più ancora il remake diretto da Alexandre Aja nel 2006), da Invasion (2007) di Oliver Hirschbiegel a Io Sono Leggenda (2007) di Francis Lawrence fino a Predator (1987) di John McTiernan. E diverte constatare come il τόπος della macchina che si inceppa, si capovolge o prende fuoco nel deserto sia un espediente ricorrente in moltissimi film horror e sci-fi degli ultimi anni, quasi a ricordare che forse sarebbe meglio diffidare della tecnologia e del comfort e cominciare a muoversi sulle proprio gambe. Brittany Ashworth si rivela particolarmente efficace e cool nel ruolo dell’eroina slasher in canottiera, sporca e sudata, fragile e “cazzuta” insieme, coraggiosa e lamentosa, tutta lacrime e sangue, mentre non convince appieno nell’altra metà in cui si struttura il film, quella, appunto, del passato civilizzato ed urbano – per quanto tormentato – della protagonista. Il problema di Hostile è anche questo: due registri narrativi visivamente e stilisticamente agli antipodi, diseguali per interpretazioni ed intensità, per aderenza emotiva al personaggio e per spessore drammatico: sembra di passare in un nanosecondo da un classico escape horror tutto distruzione e virus epidemici ad una commedia sentimentale in salsa soap piena di vezzeggiativi, ammiccamenti e dialoghi stucchevoli. In poche parole, Hostile si complica la vita da solo, pur avendo da sparare alcune cartucce niente male da utilizzare per inchiodare lo spettatore allo schermo. Le scene di caccia in stile “gatto con il topo” che si instaurano tra Juliette e l’orribile creatura “mutata” sono viste e riviste, certo, eppure risultano godibili e fanno trattenere il respiro, grazie anche alle riprese in notturna, ai sinistri grugniti degli infetti, al gracchiare della gigantesca ricetrasmittente, al bagliore fluorescente delle luci segnaletiche. Insomma, un mix funzionale e ben dosato di trovate tipiche del genere che assicurano un certo numero di jump scare di spessore. Il finale, spiazzante e melodrammatico, piacerà sicuramente agli animi più romantici e ricorda davvero molto da vicino l’epilogo di 30 Giorni di Buio (2007) di David Slade: ma qui le cose o si fanno in due o niente e quindi il picco di romanticismo pulp o, se preferite, granguignolesco è assicurato. Diventa allora una questione di gusti personali più che di giudizi tecnici o estetici. In ogni caso, il fatto che la pellicola sia stata premiata dalla giuria dei giovani al Neuchâtel International Fantastic Film Festival qualche cosa deve pur significare: omnia vincit amor, evidentemente, in barba ai cultori dello sci-fi crudo, nudo e puro.

dentro-120Racconta il regista francese: “Abbiamo scelto di lanciare un trailer che in un certo senso spiazzasse il pubblico: sapevamo che si trattava di un rischio, ma volevamo rendere perfettamente complementari le due parti del racconto, in maniera da distribuire lo sviluppo dei due momenti, potremmo dire proprio dei due generi – la love story e lo sci-fi orrorifico – in maniera equa. Il film è stato girato in Marocco per le scene del presente ambientate nel deserto e a New York per quelle del passato. Nelle varie location abbiamo dovuto far fronte a delle difficoltà di ripresa di varia natura: ad esempio, negli USA è difficile ottenere tutti i permessi del caso e ci sono state delle mobilitazioni sindacali al punto che è venuta a farci visita addirittura la polizia, mentre in Marocco, naturalmente, ci si è dovuti adattare alle condizioni meteo particolari di quella regione desertica, con tanto di rettili e scorpioni velenosi. Non è stato semplice lavorare con tre crew diverse. Per quanto riguarda le influenze, è ovvio che tutti i grandi capolavori della fantascienza cinematografica restino nella mente di noi registi attuali e, a livello più o meno consapevole, forniscano degli stilemi e dei riferimenti imprescindibili. Parlo di Alien e degli altri classici del genere. Naturalmente ho visto e amato molto Mad Max – Fury Road, ma questo è un film diverso: un film di amore e di sciacalli”.

La Ashworth si sofferma sul proprio approccio al personaggio di Juliette: “La mia avventura per questo film è cominciata esattamente il giorno del mio compleanno. Ho letto i libri e ho ascoltato la musica che Juliette ama e ho cercato di capire cosa si prova ad essere dipendenti dalla droga e a perdere un bambino. Per le scene in Marocco, invece, mi sono sottoposta ad un durissimo ed intensivo allenamento fisico e ho imparato ad usare le armi, a combattere e ad essere molto corporea e guerriera. Forse la parte più stimolante e, insieme, più facile è stata proprio quella girata in Marocco, perché erano le stesse condizioni del clima a guidarmi nella recitazione”.