Ulysses: A Dark Odyssey, di Federico Alotto

Questo pesce è nel tuo piatto perché ha mangiato un pesce più piccolo ed è diventato grande e forte abbastanza da nuotare libero, incappare nella rete e finire al mercato. Io non sono il pesce, né la rete, né il pescivendolo. Io sono il mercato”.

Vincitore di quattro premi al London Greek Film Festival 2018 (due “Odyssesus Awards” nelle categorie “migliori effetti speciali” e “miglior regista esordiente” e due “Cosmocinema Awards” nelle sezioni “miglior adattamento” e “miglior attore” a Danny Glover), la pellicola è prodotta dalla start-up torinese Adrama – nata nel 2014 su iniziativa di cinque giovani professionisti: Andrea Zirio, Vanina Bianco, Alessia Pratolongo, Federico Alotto e Thomas Tinker, un gruppo di attori e registi ciascuno dei quali apporta alla società diverse competenze nel campo produttivo, organizzativo ed artistico – ed è stata girata in Piemonte, tra Torino e provincia, nel 2016 (tra le location, il “Bunker” in via Paganini e il “Cacao” al Parco del Valentino, rispettivamente l’Ade e la dimora di Eolo, oltre che l’hotel “Golden Palace”). I film prodotti dalla Adrama sono destinati al mercato internazionale e quindi recitati in inglese: “Il nostro obiettivo è quello di produrre e distribuire film indipendenti di qualità che trovino lo spazio di vendita nei circuiti nazionali ed internazionali. Il cinema low budget affronta regolarmente delle vere e proprie odissee per poter fornire un’offerta differente rispetto alla programmazione solita. Ulysses: A Dark Odyssey rappresenta il primo passo di questo cammino ed è allo stesso tempo un prodotto commerciale ed un film di pregio autoriale”. La sceneggiatura è stata scritta a Los Angeles nel 2015 da Andrea Zirio, che ha avuto l’idea di una trasposizione in chiave moderna dell’Odissea, da Federico Alotto e dal noto sceneggiatore hollywoodiano James Coyne (tra i suoi lavori, Sherlock Holmes IIIA Certain JusticeTekkenTreasure IslandVikingdom) ed è stata selezionata nella Black List 2015 di Hollywood tra i cinquanta migliori script dell’anno. Classe 1984, Federico Alotto si è diplomato presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino in direzione d’orchestra e tromba e, a partire dal 2007, si è dedicato allo studio della sceneggiatura e della regia cinematografica, realizzando L’Uomo col Cappello (2013) – “menzione speciale della Giuria” al 6° Ecologico International Film Festival di Campi Salentina – Attenti al Treno (2015) – un documentario girato insieme alla sociologa Maura Crudeli – il cortometraggio I See Monster (che presto diventerà un film a tutti gli effetti) e il mediometraggio The Spirit Chaser (2017).

 

Gli autori

 

Presentando il film, lo sceneggiatore e attore protagonista Andrea Zirio ha affermato: “L’idea di questo film è nata circa dieci anni fa. Ulisse è stato il primo eroe occidentale che oltre alla forza ha saputo usare anche l’astuzia, e questo fatto implica anche dinamiche psicologiche. Fare questo film è stata una vera e propria odissea, ma ce l’abbiamo fatta. La prima parte è simile all’Odissea omerica, la seconda è più simile all’opera letteraria Ulisse di Joyce, nella parte finale abbiamo dato un nostro tocco personale. Sono sempre stato ossessionato dall’Odissea e dagli insegnamenti che si possono trarre dal poema omerico. L’idea di unire il viaggio di Ulisse con gli avvenimenti moderni è sempre più attuale: ancora oggi le guerre nei territori siriani, palestinesi e turchi sono protagoniste degli scontri tra i potenti che si combattono per la supremazia delle materie prime, del territorio, dell’accesso al mare, della religione. Per questo abbiamo deciso di raccontare queste tematiche in chiave moderna utilizzando l’Odissea, per aiutare le persone a riflettere su questi argomenti, pur trattandosi di un prodotto di intrattenimento. La forza del messaggio omerico è proprio questa”. Il regista Federico Alotto ha aggiunto: “Il film è stato girato per il mercato internazionale, e siamo andati anche negli Stati Uniti per cercare gli attori. Abbiamo sondato la disponibilità di centocinquanta aziende piemontesi a finanziare il film, e alla centocinquantesima ne abbiamo trovata una che ha risposto positivamente. Abbiamo lavorato molto sullo script. E grazie allo script, siamo riusciti a coinvolgere vari attori, tra cui Danny Glover. Le riprese del film sono durate, in totale, otto settimane. Questo film non è classificabile all’interno di un genere preciso, è un mix di vari generi, tra action, thriller, dramma. Nella prima versione, il film aveva la durata di tre ore, ma in seguito abbiamo tagliato molte scene, per arrivare alla versione definitiva di 110 minuti. Si tratta di una dark love story. Non è un fantasy, né un film di fantascienza. È la storia di un Ulisse contemporaneo, reduce dalla guerra in Medio Oriente, in piena sindrome post-traumatica, che torna in patria, ferito nel corpo e nell’anima, e si mette alla ricerca della sua Penelope”.

 

La trama

 

Taurus City, 2020. In una città corrotta dal dominio del potente Michael Ocean (Danny Glover), Johnny Ferro, un militare soprannominato Ulysses (Andrea Zirio), rientra dal fronte, segnato nel corpo e nell’anima dalla guerra, un orrore che prova a dimenticare cercando risposte nel passato. Rimasto per sette anni in un luogo dimenticato da tutti, riesce a fuggire ed a tornare a casa, ma scopre che sua moglie Penelope (Anamaria Marinca) è scomparsa. Grazie all’aiuto di Niko (Drew Kenney), fedele compagno d’armi, intraprende la sua personale odissea alla ricerca della donna. I due incontreranno figure inquietanti e surreali: il “kebabbaro” Pòpov, il “Dio dei venti” Aeo, l’enigmatica transessuale Hermes, l’affascinante maitresse Cici, The Seer, l’oracolo che aiuterà Ulysses a ricordare il suo passato, la seducente Kaly e Alcyde che, dopo aver ascoltato le sue vicende, lo accompagna nell’ultimo tratto del viaggio. Ognuno di questi personaggi gli restituirà, nel bene e nel male, un pezzo della sua storia.

 

Anche i dolori sono, dopo lungo tempo, una gioia per chi ricorda tutto ciò che ha passato e sopportato” (Omero)

 

Al centro della pellicola è il tema omerico del νόστος: un viaggio che, significativamente, è un ritorno e il cui obiettivo non è condurre l’eroe ad una meta, ma ricondurlo in maniera circolare al suo originario punto di partenza: a casa. Una casa fisica, ma anche, e soprattutto, una casa interiore, la conoscenza di sé. Esso implica un percorso lungo e avventuroso attraverso l’ignoto e una serie di prove impegnative che portano a confrontarsi con i propri limiti e a superarli, permettendo di affrontare le proprie ombre e i propri fantasmi per integrarli dentro di sé. La circolarità del percorso connota il viaggio non come fine a se stesso, ma come funzionale a un’acquisizione di esperienza e di conoscenza superiori: un progresso rilevabile e misurabile soltanto dal confronto con il punto di partenza, cioè facendo ritorno al luogo nel quale l’individuo possa rispecchiare e conoscere la propria nuova identità. È un continuo muoversi in avanti per il desiderio di tornare indietro e, in tal senso, trova spesso un corrispettivo psicologico nella nostalgia (da νόστος, “ritorno”, e άλγος, “dolore”). Il viaggio di ritorno è anche quello nel tempo della memoria, nei ricordi che rendono vivo e presente il passato oppure, come nel film, in una dimensione che permetta il “recupero del ricordo” attraverso luoghi, persone e situazioni. Tematica centrale e nevralgica nel pensiero filosofico e nella letteratura occidentale, questo τόπος culturale ha il suo archetipo nella figura di Ulisse e nel 1922 sarà rielaborato in chiave contemporanea da James Joyce con il celebre romanzo (se tale può definirsi) omonimo, agli albori della narrativa moderna. Anche nello scrittore irlandese il protagonista Leopold Bloom rappresenta l’avventura dell’uomo nel mondo e, viaggiando, costruisce la propria identità, arricchendosi delle diversità con cui entra in contatto, senza risultarne distrutto o assorbito. Inoltre, proprio come nell’Odissea omerica, l’opera di Joyce non ha come punto di riferimento esclusivamente la soggettività della poesia, ma la cultura e la storia dell’umanità (che nell’Odissea era rappresentata dalle diverse terre esplorate da Ulisse, mentre nello scritto di Joyce dalle diverse personalità che il protagonista incontra). Bloom non è che un Ulisse inteso non come singolo personaggio ma come unione di coscienze frammentate e la giornata-odissea attraverso Dublino rappresenta il “naufragio” della società contemporanea. La struttura epica del “romanzo” permette a Joyce di sottolineare la totale mancanza di eroismo, valori, amore, fede, coraggio dei suoi personaggi, modelli antichi, perduti in un mondo moderno, e di operare una sorta di inversione parodistica delle prerogative dell’ἔπος greco-romano. In Ulysses: A Dark Odyssey, νόστος e ἔπος forniscono al regista il pretesto narrativo per raccontare di un uomo dal passato ambiguo e oscuro, ma innamorato della sua donna e leale alla promessa di ritornare da lei, e di una società corrotta, connivente e narcotizzata. Alotto immerge la narrazione in una psichedelica e acidissima metropoli, suddivisa in distretti, il cui nome, Taurus City, e la cui visione panoramica dall’alto, con l’inconfondibile sagoma della Mole Antonelliana, echeggiano un’identità precisa, Torino, appunto, ma che in realtà potrebbe benissimo tratteggiare una qualsiasi città occidentale vista attraverso un cannocchiale caleidoscopico. L’ambientazione futuristica – mica tanto, siamo nel 2020 – vuole essere un fervido omaggio a tanta cultura e cinema di fantascienza, ma anche un monito rivolto al presente e alle sue possibili evoluzioni, in barba ad ogni roseo “avvenirismo”, e questo singolare connubio tra visione distopica e retaggio classico costituisce indubbiamente uno degli aspetti più intriganti del prodotto.

 

Un pastiche di generi in salsa distopica

 

La società che vediamo dispiegarsi progressivamente sullo schermo richiama vagamente alla mente la seminale “profezia” carpenteriana di 1997 – Fuga da New York (1981) e ricorda molto da vicino la Los Angeles di Strange Days – girato nel 1995 e ambientato nel 1999, altra similitudine con il film del regista torinese (riprese nel 2016, ambientazione nel 2020) – la Sin City di Robert Rodriguez e Frank Miller (2005) – ancora di più, la Basin City della serie di fumetti editi a partire dal 1991 – e la Capitol City della trilogia di Hunger Games (2012-2015), proponendosi come un’ennesima variazione sul modello delle distopie metropolitane dai connotati fortemente violenti e marcescenti, politicamente sottomesse ad un’eminenza grigia che ne governa l’ordine con la paura e la corruzione, urbanisticamente tentacolari ed attrattive al punto da inglobare periferie e sobborghi in uno sconfinato sistema di quartieri, spesso scrupolosamente “segregati” nella propria estrazione razziale e sociale, ma indistintamente imbevuti di droga ed alienazione. Ciò che ne emerge è una sorta di “piovra” fantapolitica in perfetto equilibrio tra visionarie atmosfere noir e post-moderne e distorte suggestioni lisergiche, con una presunta oligarchia “illuminata” a lucrare sulle disgrazie della moltitudine, garantendo metodo, pax socialis e protezione in cambio di asservimento, omertà e fedeltà. In questa cornice stroboscopica e irredimibile trovano spazio numerosi personaggi che offrono un suggestivo campionario di tipi – schizzati e borderline, tossici ed ambigui, “mistici” e profetici, “diversi” e seducenti – attraverso i quali Alotto popola il suo immaginario distopico e si ingegna a costruire possibili parallelismi – e azzardate, ma divertenti declinazioni al futuro – con gli innumerevoli personaggi e le rocambolesche situazioni create dal genio del “poeta cieco”. Oltre al tema del ritorno, sono questi incontri a costituire il mosaico narrativo e il tessuto simbolico e a mostrare le maggiori tangenze, per quanto solo superficiali, con il testo omerico: da Nausicaa e le sue moderne ancelle che giocano a volano e che raccolgono Ulisse stremato sulla spiaggia per portarlo nella reggia, dotata di ogni comfort, del saggio ed anziano padre Alcinoo (Alcyde), ad un Eolo (Aeo) imbottito di droga, capetto di quartiere e procacciatore di sballo e perversioni notturne; da un Antinoo (Tony) scagnozzo del despota Ocean e guardia del corpo personale di Penelope, che tenta a più riprese di sedurre, ad un Polifemo (Pòpov) orribilmente corroso dal degrado morale, che macella agnelli e manzi per i suoi kebab con la stessa disinvoltura con cui supplizia giovani fanciulle ree di atteggiamenti sediziosi; da una conturbante Circe (Cici), amante ripudiata, che dirige un postribolo e prepara unguenti e bevande capaci di alterare la coscienza, ad una sensuale Calipso (Kaly), rampolla della società “bene” di Taurus City, moderna ed emancipata seduttrice di bellimbusti investiti con la sua potente automobile; fino a quello che sembra un connubio tra le figure di Mentore, Euriloco e Perimede e all’oracolo che gli preannunciò, se avesse partecipato al conflitto troiano, venti anni di peripezie e miseria prima del ritorno a Itaca, personaggi che nel film “si trasformano” nel fedele Niko, voce della coscienza di Ulysses e ricordo che lo tiene legato alla sua missione, e nel luciferino personaggio di The Seer, che legge nel futuro con l’ausilio di una massiccia iniezione di sostanze stupefacenti. La sceneggiatura mescola e frulla insieme ogni possibile declinazione della distopia cinematografica, incasellando tra le già citate atmosfere noir e lisergiche e i già ricordati rimandi fumettistici e fantascientifici anche risvolti da thriller psicologico, da puro cinema action – a metà tra la scena hongkonghese e i supereroi della Marvel – e da genere poliziesco, con le indagini su Johnny FerroUlysses condotte dalla detective Julia Delfin (Jessica Polsky) e l’atteggiamento connivente ed ambiguo mostrato dalle autorità di polizia. Insomma, tantissima carne al fuoco, forse un tantino troppa, e siamo convinti che una qualche scrematura al ricchissimo corredo di citazioni e di riferimenti avrebbe giovato alla fluidità del racconto. Alotto, comunque, sa il fatto suo ed incastona un altro omaggio-citazione, questa volta davvero efficace, ad un classico del cinema gangster (e non solo), Il Padrino – Parte III (1990), ambientando la sequenza della agnitio del protagonista da parte di Penelope all’interno di un teatro, durante una rappresentazione de La Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, in una scena che è anche altamente simbolica, a suggellare ed eternare su di un palcoscenico il τόπος del ritorno a casa.

 

Un uomo di genio non commette sbagli. I suoi errori sono volontari e sono i portali della scoperta” (James Joyce)

 

Ce ne sarebbe abbastanza per storcere il naso e gridare al sacrilegio, ma Ulysses: A Dark Odyssey non ha alcuna ambizione intellettualistica e pretesa filologica nei confronti del suo imperituro testo di riferimento, sicché azzardo e stravaganza negli accostamenti intrigano e incuriosiscono. Se la Penelope figlia del tiranno e schiava del suo destino viene superficialmente tratteggiata come donna fedele ma non abbastanza moderna e salvifica da ribellarsi al padre, l’Ulisse di Alotto sembra non possedere alcune delle caratteristiche canoniche dell’eroe omerico – quali la curiosità, la sete di conoscenza, l’intelligenza versatile – preservandone soltanto il coraggio, l’ardore e il desiderio di ritornare a casa. Una semplificazione forse necessaria per questioni di sceneggiatura e di timing, ma con ogni probabilità voluta: spogliandosi del “multiforme ingegno” che tanto ci ha affascinando sui banchi di scuola, Uly – come viene spesso chiamato nel film – diventa più vicino e tangibile per lo spettatore e, soprattutto, presenta dei risvolti psicologici ed interiori che traggono linfa dal protagonista del capolavoro di Joyce più che dall’archetipo epico. Egli infatti è un uomo dal passato tutt’altro che chiaro e adamantino, un mercenario al soldo del potente suocero e che non esita a dare alla moglie giustificazioni fallaci per spiegare le sue lunghe assenze, un combattente che ha compiuto terribili massacri e vili ritorsioni (molto significativo il flashback con il bambino) in nome di una “giustizia” corruttrice e di una società manipolatrice. Il suo atto di rivolta non viene chiaramente mostrato, ma viene soltanto implicitamente svelato nella sua tensione al ritorno e nella sua dedizione alla promessa fatta alla moglie. Citando due celebri giudizi sul personaggio joyciano espressi da Jon Stewart ed Ezra Pound, potremmo dire che anche l’Ulisse di Alotto “è continuamente trascinato in ogni direzione tranne quella verso cui vuole realmente andare”, ed è “colui che accoglie tutto” in quanto istintivo e nostalgico, spesso in balia delle situazioni, costantemente succube del fato contrario e “pesce imbrigliato nella rete” tessuta dal villain di turno, quel Michael Ocean che in un certo senso potrebbe essere il Poseidone omerico. E questo progressivo passaggio da eroe epico ad antieroe contemporaneo sarà evidente soprattutto nell’epilogo del film, ben lungi da letture ottimistiche, orientato piuttosto verso una cupa constatazione di impotenza e di assoggettamento, laddove l’ideale resta solo sulla carta ad abbellire qualche favola futura da leggere al figlio Telemaco (Nicolas), mentre la realtà è quella di una camera di sicurezza, una comfort zone in cui sentirsi comfortably numb o giù di lì, ma de-privati di una volontà autentica e di un proprio credo. Ed è allora che comprendiamo come il frequente ricorso all’epiteto “Nessuno”, che nel personaggio omerico ne metteva in evidenza astuzia e scaltrezza, in quello di Alotto sia piuttosto un atto di debolezza e di disistima, quasi una volontà di obnubilare la propria coscienza ed il proprio passato. Andrea Zirio non sarà Bekim Fehmiu (indimenticato Ulisse del celebre sceneggiato televisivo di Franco Rossi, Piero Schivazappa e Mario Bava, L’Odissea, 1968), ma ha sex appeal da vendere e il physique du rôle giusto per incarnare il fascinoso e moderno personaggio di Ulisse, anche se talvolta sovraccarica le espressioni e indugia troppo su occhi sgranati e pose imbambolate.

Ci piace segnalare, infine, le interpretazioni del talentuoso Mario Acampa nel difficile ruolo del transessuale Hermes e del leggendario Udo Kier, feticcio di Lars Von Tries, nei panni di Alcyde – mentre la “valchiria” Skin seduce ma, irrimediabilmente, diverte con il suo improbabile italiano sibilato – e tributare un plauso alla colonna sonora di Alan Brunetta & Yellows e alle sonorità elettroniche create da Alex Stirner e Giorgio Alloatti, con la suadente voce di Annina Forloni. Ulysses: A Dark Odyssey, per la confezione esportabile con la quale è stato realizzato, recitato e prodotto, potrebbe superare la prova del nove di un cinema made in Italy che piace all’estero e, al netto di qualche ridondanza e di pochi, perdonabili difetti, è quello che crediamo e auspichiamo.


Regia
Federico Alotto

Origine: Italia, 2018

InterpretiAndrea Zirio, Anamaria Marinca, Danny Glover, Udo Kier, Walter Nudo, Skin, Gianni Capaldi, Drew Kenney, Jessica Polsky, Stewart Arnold, Giovanni Mancaruso, Mario Acampa, Sigal Diamant, Charlotte Kirk

Durata110’

Distribuzione: Adrama