Una volta ho incontrato un miliardario, di Jonathan Demme

La storia del testamento di Howard Hughes è bizzarra quanto basta per inserirsi nella corposa lista delle leggende che avvolgono la vita del grande pioniere americano. Melvin and Howard nasce probabilmente con l’esigenza di fare un instant-movie sulla vicenda giudiziaria che accompagnò le disposizioni del suo presunto Mormon Will. Il caso della spartizione della sua sconfinata eredità fu molto seguito dai media dell’epoca soprattutto perché uno dei suoi massimi beneficiari era lo sconosciuto Melvin Dummar. L’idea che un ex-lattaio e cattivo pagatore potesse mettere le mani su centocinquanta milioni di dollari scatenò una causa con la potentissima multinazionale che Howard Hughes aveva fondato.

La sceneggiatura di Bo Goldman e la regia di Jonathan Demme trasformarono la ricostruzione di un fatto di cronaca in una malinconia rivisitazione del sogno americano. La loro versione dei fatti rivendica una presa di posizione inequivocabilmente orientata all’empatia invece che alla narrazione attendibile.

Il film aderisce senza alcuna esitazione al punto di vista del malmesso concessionario di una stazione di servizio nel bel mezzo del deserto dello Utah. Una fiducia incondizionata che arriva al punto di accettare tutte le sue debolezze e di esaltare i suoi vizi come punti di forza e di identificazione con lo spettatore. I suoi continui problemi con i creditori e la sua incapacità nel mantenere la famiglia con un lavoro stabile diventano i tratti distintivi di un visionario. Il cineasta poteva approfittare per la prima volta nella sua carriera di una certa autonomia dopo la gavetta alla New World di Roger Corman e un eccellente thriller di stampo hitchcockiano come Last Embrace. La decisa scelta di campo di Melvin and Howard scivola soltanto alla fine nelle situazioni tipiche del legal-movie e per lo più gli toglie l’importanza che dovrebbero avere. Invece, la storia ama indugiare sulla personalità del suo protagonista e sulla casualità del suo breve incontro con Howard Hughes.
Il cinema ha provato a fare molti ritratti della natura eccentrica del miliardario ma raramente si è avvicinato alla sua follia come con la fugace interpretazione di Jason Robards. I loro destini si incrociano sul ciglio di una strada nel deserto dopo che il magnate ha avuto un incidente con la moto in una delle sue famose fughe in incognito. Il protagonista non conosce la vera identità del vecchio che ha caricato sul suo pick-up nel pieno della notte e non ha altro scopo che quello di passare il tempo del viaggio chiacchierando con uno sconosciuto.

La sequenza iniziale della loro conversazione e il tentativo di coinvolgerlo nel suo assurdo progetto di scrivere una canzone country-natalizia sono il primo embrione del cinema umano di Jonathan Demme. Il regista chiude un occhio sulla sua mancanza di contatto con la realtà della mobile home in cui abita e del ricorrente pignoramento di tutti i suoi beni materiali. La moglie cerca di far convivere il suo amore per il lato infantile dell’uomo con l’aspirazione di crescere una famiglia normale. Anche nel suo caso, il film non ha nessuna forma di moralismo verso il suo disinvolto passato di spogliarellista. Tutti i personaggi di Melvin and Howard aspettano un momento propizio o una grande occasione piovuta dal cielo e sono convinti di poter toccare il benessere che lo squallido varietà a premi di Gate of Easy Street fa sembrare a portata di mano. Jonathan Demme prova a regalargli degli ulteriori spunti che possano portarli lontano con la fantasia dalle bettole di Reno o dalle bollette arretrate ma affida alla fotografia di Tak Fujimoto la discrepanza con il contesto in cui vivono. Il suo rapporto con loro è simile al tormentato matrimonio tra Paul LeMat e Mary Steenburgen e questo fa sentire allo spettatore la loro fatica nel lasciarsi.
Melvin and Howard è il primo film in cui si avverte la pena di Jonathan Demme davanti alla necessità di abbandonare le persone dei suoi film. Una riluttanza a tagliare rapporti scombinati ma solidi che poi diventerà una caratteristica dominante di tutto il suo cinema. Il doloroso primo piano con cui la donna deve accettare l’incapacità del marito di distinguere la differenza tra un vagheggiamento e un progetto non tradisce nemmeno una goccia di ruffianeria melodrammatica. Il talento del regista nel trovare una sintonia emotiva con gli attori valse un Oscar a Mary Steenburgen e la sua interpretazione resta memorabile per ingenuità. Ti ho detto che era solo un sogno, Melvin…

 

Una volta ho incontrato un miliardario
Titolo originale: Melvin and Howard
Regia: Jonathan Demme
Interpreti: Jason Robards, Paul Le Mat, Elizabeth Cheshire, Mary Steenburgen, Michael J. Pollard
Origine: USA, 1980
Durata: 95′