VENEZIA 68 – "4:44 Last Day on Earth", di Abel Ferrara (Concorso)

4_44 last day on earth Abel FerraraChissà se Abel Ferrara, nello scegliere il titolo del suo ultimo film, in concorso qui a Venezia, si è consapevolmente ispirato alla cultura orientale, o più precisamente giapponese, che considera da sempre il numero 4 piuttosto sfortunato, collegandolo esplicitamente alla rappresentazione della morte (“ciò deriva dal fatto che si può pronunciare sia yon che shi, quest'ultimo con pronuncia foneticamente simile all'ideogramma ?, che rappresenta la morte” * )…

 

Forse sì, oppure no. Certo è che Abel Ferrara, arrivato ai sessant’anni, sembra avere ormai passato la soglia della disperazione morale e spirituale che attraversava il suo cinema quando lo scriveva con Nicholas St.John (a proposito: che fine ha fatto? Da 15 anni non si hanno più notizie su di lui…). Lentamente ma con decisione, il suo cinema non ha certo abbandonato le riflessioni e le ossessioni per l’area oscura del nostro immaginario, ma sembra direzionato verso un approccio decisamente più esteriore, quasi antropologico, della deriva umana, piuttosto che scavarne nelle trame della pelle quel sangue sgorgante di un dolore interiore che non conosce più il futuro.

 

4_44 last day on earth Abel FerraraEd è proprio del futuro, o meglio della “fine del futuro” che ci parla questo 4:44 Last Day on Earth, che ci porta in un mondo non troppo lontano da noi dove le previsioni catastrofistiche degli ambientalisti si sono avverate con risultati persino peggiori: il mondo sta finendo. La catastrofe è imminente e irreversibile, e tutti non possono far altro che scegliere come prepararsi a questo evento finale dell’umanità, anche i due protagonisti del film, Cisco, un attore di successo (Willem Dafoe) e Skye (Shanyn Leigh) sua compagna giovane pittrice. Nel loro bel loft con terrazza, scelgono di vivere assieme questi ultimi momenti. Skye in maniera molto più spirituale, dipingendo e facendo yoga, Cisco, alternando rapporti sessuali con la compagna a telefonate via Skype con amici e parenti.

 

Ferrara sceglie una rappresentazione minimalista, esasperando solo di poco le misure della comunicazione del presente: gli schermi sono dappertutto, la comunicazione virtuale si mescola e interfaccia con quella “reale” (esemplare il dialogo di Cisco con la figlia e poi l’ex moglie, nella quale irrompe Skye con una scenata violenta ed isterica). Dalla Tv si alternano pensatori e giornalisti, come anche improvvisati guru, che ci raccontano ognuno con il suo punto di vista la fine del mondo. Ferrara in questo sceglie due corpi/volti simbolici: Al Gore e il Dalai Lama. Al primo viene assegnata la funzione di colui che aveva previsto tutto questo e aveva avvisato il mondo del pericolo al quale stava andando incontro, mentre al leader religioso orientale viene lasciata la parte più spirituale della riflessione.

 

4_44 last day on earth Abel FerraraQuello che colpisce, però, è proprio questa attenzione all’esterno: il mondo che passa in tv, le strade affollate, le violenze, la gente che si getta dalle terrazze, mentre la comunicazione privata dei protagonisti passa attraverso gli schermi di Skype, ad  esclusione della piccola fuga di Cisco, che va a trovare il fratello che non vede da tempo. Cisco è tormentato, da una storia finita male, da una rabbia verso coloro che han lasciato che il mondo andasse così alla deriva, e combatte tra la scelta di vivere serenamente fino in fondo con la donna che ama (ma è vero?) questi ultimi momenti, o inabissarsi in un ritorno alla perdita di coscienza, da ex tossicomane e alcolista.

 

Tutto qui? Difficile trovare altro, se non l’Aurora Boreale che diventa effetto speciale del finale, e quella passeggiata di Cisco per le strade di una notte che sarà l’ultima per tutti, dove regna la confusione più dello sgomento, dove persino la violenza sembra placarsi.

Ferrara appare “finalmente” più sereno e, pur nella durezza dei temi che ama rappresentare, le angosce interiori sono ridotte al minimo (in Cisco/Willem Dafoe: la separazione dalla moglie e dalla figlia, la lontananza dai familiari, la scelta di vivere con una donna molto più giovane, ecc…), ma la sensazione è che ci sia una forte oggettivazione nel suo cinema di questi ultimi anni, che in 4:44 trova una sua definitiva calibratura narrativa. Le ossessioni spirituali dei corpi ferrariani del passato restano un oscuro ricordo, oggi i suoi corpi vivono di una “normalità esistenziale” che non riesce ad esplodere persino dentro un mondo che va in fiamme, finisce. L’esperienza sembra diventare quella degli uomini, categoria morale ed esistenziale, non più quella dell’uomo, individualità drammatica e claustrofobica, corpo esplosivo e autoflagellante. Per dirla facile: l’angoscia interiore si è esteriorizzata e, nel passaggio, il cinema di Ferrara sembra accusare il colpo. Non siamo più essere colti in fallo dall’esperienza della dannazione, della moralità infranta, dell’amore come condizione impossibile. Oggi i corpi del suo cinema sono dannatamente e culturalmente “borghesi”, hanno estirpato il cancro esistenziale da sé in favore di tormenti tipici dell’uomo comune. Viaggio al contrario, dall’Inferno verso il Paradiso, a Ferrara non resta che la contemplazione misticheggiante o la riflessione sociologica. Il demone non c’è più. Del resto, ormai, “siamo già angeli”…

 

* Bernard Cohen, Il trionfo dei numeri, Edizioni Dedalo, Bari, 2007, pag. 57