VENEZIA 69 – “Un giorno speciale”, di Francesca Comencini (Concorso)

un giorno specialeNessun senso di colpa

Non è importante per me

Tu non stare in pensiero

È solo un finto cuore

(Diaframma, GENNAIO)

 

Come sempre quello della Comencini è un cinema di spazi (bianchi), uno sguardo che prova a raccontare la geografia urbana, umana e morale del Paese. Roma, Milano, Napoli, di nuovo Roma. E muovendosi dalla periferia al centro, è tutto un cambiamento di ampiezza, prospettive, attese, emozioni, impressioni. Ma quello spostamento, quel tragitto è anche il segno di una nuova consapevolezza dei personaggi, due giovani ‘al primo giorno’, che provano a conquistarsi un posto al centro, un ruolo finalmente da protagonisti. Marco è stato appena assunto come autista di un onorevole. A raccomandarlo è stato un prete (e questo la dice già lunga su quale orizzonte ‘ideale’ ci muoviamo). Come primo incarico, deve andare a prendere Gina, una bella ragazza di periferia, che sogna di fare l’attrice e ha un appuntamento con il politico, "lontano parente di sua madre". L’appuntamento è continuamente rinviato e i due si ritrovano a passare una giornata ‘speciale’, avvicinandosi pian piano alla verità dei loro sogni e alla desolazione della loro, della nostra realtà.

 

È chiaro, lo sguardo è, come sempre, quello da rive gauche, l’indice è puntato contro il cuore malato del nostro Belpaese. Per partito preso, prima di tutto. Eppure, prima di avventurarsi fuori, lanciarsi nel sociale, la Comencini si chiude in auto, stringe il campo sui suoi ragazzi, mostrando l’umiltà nascosta di un cinema (italiano) ancora capace di parlare di noi, delle noie, dei problemi quotidiani, ma anche dei fremiti, delle tenerezze, delle speranze che costituiscono la trama delle nostre vite. Certo. Verso la fine viene fuori il moralismo. Ma chi se ne frega? Come se il cinema fosse solo un veicolo, una questione di cosa e non di come. Resta il fatto che Un giorno speciale racconta, con un calore, una sincerità e una fede commoventi, il dolce insinuarsi di un sentimento, la semplice leggerezza, l’immediatezza con cui possono, devono ancora nascere le cose, i rapporti, i legami. E la frizione inevitabile tra il desiderio e la realtà.

Lo sguardo della Comencini privilegia la donna, è chiaro. E in maniera assolutamente incredibile, riesce a tratteggiare il progressivo ‘adattarsi’ di Gina allo sguardo degli altri: dall’imbarazzo durante la gara di nuoto sincronizzato, all’agio con cui ‘si esibisce’ sulle scale di Trinità dei Monti. Ma quell’agio a che è dovuto? All’abitudine istintiva al dominio imprescindibile dell’immagine? O all’illusione, breve, di un incontro perfetto? È la faccia tosta de' pulici che teneno a’ tosse? O è l’amore che ci fa sentire a nostro agio, finalmente a casa, protetti? È chiaro. Nonostante tutto, l’amore è resistente. È un grido che sale ancora. E la Comencini, dal canto suo, ama ciò che racconta, fa vivere i suoi protagonisti e li fa cambiare nello spazio di un'inquadratura. Incontra la spontaneità umanissima dei suoi interpreti, Filippo Scicchitano (che dopo Scialla! si conferma uno dei volti più veri del cinema giovane) e la splendida Giulia Valentini, al suo esordio. E si fa condurre per mano, ancora una volta, dalla straordinaria libertà di sguardo di Luca Bigazzi, capace, con la sua fotografia, di modificare la sostanza molecolare ed emotiva delle cose, dei corpi, dei paesaggi, delle città.

  • Bellissima recensione. Concordo su tutto. Leggetela e fatela leggere a chi ancora prima di entrare in sala fischiava il film. La Comencini racconta una storia molto semplice, ma lo fa bene, con onestà e amore per i suoi personaggi.
    Antonio