#Venezia72 – Interruption, di Yorgos Zois

Quello che succede qui è realtà o finzione? E’ la domanda che Alexandros Vardaxoglou (membro e leader del “Coro”) pone a “Clelia”, spettatrice inconsapevole chiamata a “recitare a soggetto” sul palco di Interruption, film presentato oggi da Yorgos Zois nella categoria Orizzonti. Ed è solo il primo livello degli interrogativi su cui riflette il regista greco, consegnando al pubblico in sala, la sua e la nostra, la facoltà (responsabilità?) di rispondere a quesiti destinati a rimanere insoluti. Siamo in un teatro di Atene. Durante la messa in scena in chiave postmoderna dell’ Orestea di Eschilo un gruppo di uomini armati irrompe nella rappresentazione interrompendola e invitando il pubblico a portare sul palco la propria vita personale per diventare interprete e regista di quell’opera interrotta. Immediato il richiamo all’assalto al teatro di Dubrovka che tradisce l’intento di Yorgos di dilatare la percezione della finzione realmente vissuta a Mosca nei primi attimi del sequestro, per farne il contenitore di un’analisi sul confine tra realtà e farsa (tema attualissimo nell’era delle realtà virtuali). Ma quella di Yorgos è anche e forse soprattutto una riflessione sulla funzione del teatro e più in generale dell’arte (del resto siamo al cinema): ha ancora un senso parlare di catarsi? La rappresentazione, la tragedia, sono ancora in grado di sostenerne il significato aristotelico di identificazione e purificazione? Sembra essere la tesi del “Coro”: Vardaxoglou si sacrifica in nome di essa, come ci racconta la scena della cena (l’ultima?) e della “deposizione” o sente d’aver fallito come sembrerebbe invece rivelare lo sguardo attonito rivolto al pubblico che si allontana dalla sala? Il dilemma del Coro è lo stesso di Oreste (“abbiamo condiviso lo stesso destino” afferma Vardaxoglou rivolgendosi a lui), dello spettatore e in definitiva il nostro: l’arte ci assolve? Nei livelli molteplici dei quesiti che si e ci pone Yorgos si adombra alche il dubbio che ci sia un sottotesto politico, che quello sguardo che Vardaxoglou rivolge al pubblico che se ne va passivo sia una riflessione sulla coscienza sociale (e in tal senso esiste un deus ex machina?). Ma è solo un altro imput. Un imput rivolto ad un pubblico che diventa così parte attiva della riflessione di Yorgos al punto da arrivare a sospettare – se non a temere – che quel cast presente in sala durante la presentazione dell’opera ad un certo punto si alzi e lo porti con sé, in scena. Con una recitazione volutamente teatrale nel senso più autentico del termine e una tematica d’ una complessità ricercata, Interruption è dunque un film che si fa apprezzare mentre se ne metabolizza il peso; un film che, in definitiva e senza troppo azzardare, potremmo definire “catartico”.