#Venezia74 – Caniba, di Véréna Paravel e Lucien Castaing-Taylor

L’insistenza sul dettaglio stretto del volto di Issei Sagawa, da cui gli autori raramente si staccano durante l’intero racconto, richiama sin da subito la focalizzazione sui primissimi piani tipica della grammatica della pornografia giapponese, in cui com’è noto riveste cruciale importanza riuscire a catturare le emozioni estreme nelle smorfie e nelle espressioni dei partecipanti, l’intero range delle reazioni possibili e soprattutto quelle dolorose, di contrazione: la scelta formale di Véréna Paravel e Lucien Castaing-Taylor è un’indicazione chiara dell’universo che la coppia di registi vuole rimettere in circolo per raccontare il presente del “giapponese cannibale”, l’uomo che nel 1981 uccise la sua compagna di studi alla Sorbona, a Parigi, per poi mangiarne i resti per i giorni successivi, per un totale di circa 7 kg di carne umana mancanti. Giudicato insano di mente dai francesi ed estradato in patria, Issei Sagawa fa di tutto per diventare un personaggio di culto per gli amanti delle storie estreme: film porno, manga, romanzi, rubriche sulle riviste, la sua figura accompagna con una pesante dose di ambiguità gli ultimi 30 anni di cultura alternativa nipponica.
Caniba funziona soprattutto sotto questo punto di vista, come catalogo delle arti proibite figlie del Giappone, seppure frazionato da uno sguardo impietosamente autoriale, raffreddato da una certa sfiancante supponenza teorica: mettendo Issei a confronto con il fratello Jun Sagawa, il documentario si insinua tra le pagine del manga che racconta dell’uccisione e del pasto di Parigi, tra i fotogrammi dei porno amatoriali girati dal cannibale, per poi spostarsi sulla passione per l’autolesionismo di Jun, che da decenni martoria il suo braccio destro con qualsiasi oggetto o intricata tortura anche filmata in video (un fuoco d’artificio legato alla spalla e fatto brillare…), e lambire poi il fascino morboso di certo cosplaying introducendo la figura dell’infermiera personale “in costume” del vecchio Issei.

Se le suggestioni sono spesso esplosive (dalle parti di alcune visioni infernali di Maruo Suehiro: com’è possibile che i Naked City non abbiano mai dedicato un brano a Sagawa?), gli autori sembrano utilizzare questa griglia rigidissima, attraverso cui mostrano l’intenzione di voler veicolare il racconto, per mascherare una chiara indecisione di fondo sulla direzione da seguire, e sul punto d’arrivo dell’intera esperienza di visione, ovviamente tollerabile con difficoltà da chi non sa cosa aspettarsi dagli argomenti in ballo.
Il flusso di coscienza tra Jun e Issei a supportare gli asfissianti primissimi piani troverebbe il suo senso proprio nel portare lo spettatore ad un’esasperazione intenzionale: le parentesi di repertorio, per quanto punto d’interesse potenziato dell’opera, finiscono per spezzare la “tortura” modificando il respiro dell’incubo e riportando la nostra coscienza ad un livello di salvaguardia, ad una distanza – morale ed estetica – di sicurezza, proprio quando stava per precipitare contro il proprio volere dentro la psiche di Sagawa e della sua ipnotica mancanza di qualsiasi emozione in superficie, sul volto e nel tono cantilenante della voce.