#Venezia74 – Dove cadono le ombre, di Valentina Pedicini

Il tentativo di sterminio genetico del popolo nomade degli Jenisch è una pagina nera della storia svizzera, venuta a galla solo nel 1987 con le tardive scuse ufficiali: dal 1926 al 1975 il programma Pro Juventute, finanziato dalla Federazione Elvetica, toglie sistematicamente i figli alle famiglie Jenisch per affidarli alle cure di istituti in cui con un chiaro esperimento di eugenetica si tentava di sterilizzarli e rieducarli attraverso violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo (bagni gelati, elettroshock), per cancellare in loro ogni traccia dell’appartenenza etnica originaria.
La stima è di circa 2000 vittime: per il suo esordio nel lungometraggio di finzione, Valentina Pedicini sceglie la strada non facile di raccontare la storia di una di queste, Anna, attraverso un meccanismo di svelamento progressivo che si muove continuamente avanti e indietro nel tempo. L’edificio dove la bambina ha vissuto la sua rieducazione forzata è oggi un ospizio dove la ragazza fa da infermiera: la dottoressa aguzzina del programma Pro Juventute riappare all’improvviso come nuovo arrivo tra gli ospiti della struttura – tornano a galla ricordi tremendi, tensioni mai sopite, il mistero irrisolto della scomparsa di una delle bambine, Franziska, la migliore amichetta di Anna.

Pedicini decide di annegare l’esplosività dell’argomento in una vocazione al controllo assoluto della materia, raddoppio esplicito dell’ossessione per la disciplina e la pulizia che la dottoressa passa alla protagonista, la sua allieva più dotata: il meccanismo dei flashback, del non detto, delle apparizioni, delle false piste e degli indizi nascosti è centellinato in una forma mostruosamente appesantita, di esasperante immobilismo, non tutte le aperture in istanti di simbolismo sospeso (puntualmente legati all’acqua) appaiono riuscite, e la recitazione di straniamento impostato di Elena Cotta e Federica Rosellini comprime talmente tanto le due generose interpreti da rischiare di annullarne la ricercata potenza iconica, chiaramente debitrice delle ombre di certo woman’s film della Hollywood classica.
Chissà perché viene da pensare però di più ad un certo Pupi Avati “del mistero”, com’era successo recentemente per I figli della notte di Andrea De Sica, un film per certi versi vicinissimo a questo, a partire dall’attenzione agli interni dove si svolge la storia, mura infestate di giovani fantasmi che diventano vere e proprie protagoniste del racconto, per finire con le bolle notturne delle camere rosse del vizio, lì il night club tra la neve, qui la stanza dove Anna gioca a poker con gli anziani divertendosi a sedurli.
Vorrà forse significare qualcosa, in questi anni di poetica ministeriale del cinema italiano, il fatto che degli sguardi così giovani e fortunatamente irrequieti, come Pedicini aveva mostrato di essere con le sue sortite precedenti, decidano poi di seguire certi esempi di cinema compassato, di un’autorialità grigia e senza guizzi: Dove cadono le ombre conferma la capacità della regista di lavorare sulle zone d’ombra di una femminilità non pacificata, mettendo in gioco immagini potenti ed esemplari, che però qui sembrano cadere vittime dello stesso gioco strutturale dell’opera, apparendo a sprazzi fino a disinnescarsi malauguratamente.

Un commento

  • Persa l’occasione per fare un bel film sul genocidio Jenish, sconosciuto a tutti. Peccato. Il film è povero, lento, e incomprensibile. Mal recitato , troppa enfasi su tutto, personaggi che non si riesce a capire che cosa e dove stanno. Un finale sconclusionato. Solamente grazie alle didascalie finali si riesce a capire qualcosa. Insomma un film che fa pensare se spendere o meno i 10 euro del biglietto.