#Venezia74 – Hannah, di Andrea Pallaoro

Tutto sul corpo di Charlotte Rampling. Con la macchina da presa addosso ad Hannah, una donna che, dopo l’arresto del marito, sta perdendo la sua identità e non accetta la realtà che la circonda. Quasi una frattura tra lei e l’esterno. Che possono essere gli altri personaggi o anche gli ambienti che attraversa. Con lo sguardo spesso chiuso e assente, in una deambulazione continua dove il suo corpo appare come entità autonoma rispetto al resto. Dalla crisi della ragazza sulla metro per essere stata lasciata al ragazzo che balla sulla musica del violino, tutto attorno a lei appare impermeabile.

Charlotte Rampling riempie lo schermo. Lasciando pochi residui ai margini dell’inquadratura. Dove entrano soprattutto i rumori della strada, o quelli della voce. In un set che appare continuamente aperto. Non solo alle performances delle prove teatrali ma anche a quello delle riprese di un film. C’è un progressivo sgretolamento. In un cinema fin troppo consapevole. Nelle ripetizioni, nei silenzi. Di un’assenza che diventa sempre più drammatica. In un muro invisibile ma dove la protagonista sembra essere chiusa in uno spazio che diventa sempre più stretto. Dove i rifiuti diventano laceranti (il figlio che le impedisce ad andare alla festa del nipote, la tessera del nuoto scaduta).

Hannah potrebbe essere quasi una reincarnazione di Christina del film d’esordio di Pallaoro, Medeas. Entrambe intrappolate con i propri demoni. Senza via d’uscita. Le tracce dell’alienazione si rivelano in un brevissimo frammento con la nebbia che sembra arrivare da Antonioni. Dove il minimalismo diventa stile. E gli sfondi sono rappresentati da tv accese, lavandini aperti, buste con le foto. O da un punto di vista sonoro dai rumori della metro, dei vicini del piano di sopra. La ‘morte al lavoro’. In un’interpretazione della Rampling anche disturbante, di un cinema che è rigoroso, coerente, ma tutto chiuso nella sua struttura. Non sembrano esserci molti spiragli per possibili letture perché si fa fatica a trovare le aperture. Dove anche un pianto disperato resta lì, dietro una porta mezza aperta che è come se poi si chiudesse per sempre.

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