#Venezia74 – Los versos del olvido, di Alireza Khatami

Qual è la differenza tra oblio e dimenticanza? Uno dei termini è forse più “definitivo” dall’altro, oppure entrambi sono fatti di attimi sfuggenti che appaiono e poi si dissolvono, come molecole? Forse, dipende da quanta volontà ci sia dietro: a volte, dimentichiamo anche senza renderci conto; altre, scegliamo l’oblio come l’unica salvezza possibile.

Il cinema è un corpo fatto di memoria e di dimenticanze (oppure la scelta di “lasciare certe cose fuori”) ma difficilmente d’oblio; è precisamente lì, in quella dimensione, dove l’immagine in movimento che contiene infiniti frammenti di memoria rimane sospesa, perenne, in archivio. Pronta per essere ricordata e tornare alla vita cento, mille volte. In questa dimensione, il regista iraniano Alireza Khatami – col suo film d’esordio Los versos del olvido, in concorso alla sezione Orizzonti di Venezia 74 – prende il cinema come arma di lotta contro l’oblio e l’amnesia storica che, in parole sue, “spiana la strada alla reiterazione della violenza”.

Dopo aver visitato Santiago del Cile per la prima volta – ed essersi reso conto di quanto somigliasse in geografia, atmosfera e storia politica alla sua natia Teheran – il regista ha deciso che quello sarebbe stato il palcoscenico giusto per ambientare la storia del suo protagonista, un anziano custode di un obitorio che ha una memoria infallibile per tutto, tranne i nomi. La sua vita solitaria si divide tra prendersi cura dei cadaveri e delle sue piante, finche scoppia una rivolta in una città vicina e lui si vede coinvolto in un’operazione clandestina della milizia. Convinto di star facendo la cosa giusta, l’uomo s’impegna in una nuova e inaspettata avventura: dare sepoltura a una giovane sconosciuta, lasciata all’obitorio, che potrebbe essere qualsiasi corpo, qualsiasi “desaparecido”, gli unici resti di qualsiasi storia.

La dimensione metaforica e estetica in cui Los versos del olvido è stato costruitooblivion_verses_03_chouse-on-fire_endorphine-production_lemming-film_quijote-rampante_photocantoine_heberle-h_2017 diventa, allo stesso tempo, la sua salvezza; una storia che segue un flusso in chiave di favola, con personaggi senza nome né tempo, in un luogo che potrebbe essere qualsiasi posto al mondo, in un periodo che non sappiamo se sia un attimo oppure un tempo infinito. Uno spazio dove ogni data, riferimento geografico, archivio o epitaffio non fa altro che rendere evidente quanto sia inutile afferrarsi a un tempo determinato, se ormai l’oblio vincerà la partita e tutto sarà ridotto a un po’ di polvere nascosta sotto terra.

Ogni imprecisione geografica, linguistica o culturale che il film possa avere – perché ci sono, a volontà – rimane legittimata dalla matrice costruita da Khatami; questa volta, la scelta giusta è dimenticare la logica della realtà, oppure ricordare che si parla di cinema e percorrere il tunnel che si apre di fronte ai nostri occhi senza paura, con la promessa di trovare la luce alla fine e il senso nelle allegorie con cui l’iraniano costruisce la sua Memoria.

Mentre l’anziano senza nome segue il suo percorso come Alice nel paese delle meraviglie - dove diventa piccolo e poi grandissimo, trova personaggi ossessionati col tempo, gatti e cani che sorridono e compleanni che non si festeggiano – la sua memoria s’ingrandisce tanto che diventa la Memoria di tutti, della ragazza morta, dell’autista del carro funebre, della balena che vola sopra la sua testa, del becchino che seppellisce corpi e storie. La memoria di ogni cileno, di ogni latino americano, di ogni iraniano. Una memoria che non conosce confine perché costruita sul proprio mondo parallelo, quello dove la marea non lascia i corpi alla deriva e dove non c’è differenza tra dimenticanza e oblio; semplicemente, perché nessuno dei due esiste.

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