#Venezia74 – Manuel: Sentieri Selvaggi intervista Dario Albertini

Venezia 74, settima giornata. In mezzo all’effervescenza, all’adrenalina e alla pioggia intermittente dei giorni trascorsi – in un Festival dove la presenza italiana si sente in ogni angolo – facciamo una pausa per intervistare il regista romano Dario Albertini. Con il suo lungometraggio Manuelpresente nella sezione Cinema nel Giardino – Albertini arriva al Lido carico di energia e ci racconta tutto sul suo percorso verso il cinema di finzione, la rinascita e vita di Manuel, la presenza del mare e cosa significa per lui “arrivare un po’ in ritardo”.

Fino ad adesso, il percorso del regista romano è stato immerso nel mondo del documentario, sempre con la lente su storie piccole che possono diventare straordinarie: vite e rapporti famigliari da ricostruire e la ricerca di una redenzione vicino al mare (Slot, le intermittenti luci di Franco, 2013), oppure l’eco delle cento mille storie di un centro per minorenni privi di sostegno familiare nato nel dopoguerra (La Repubblica dei Ragazzi, 2015). Proprio dopo quest’esperienza, Dario vira verso il mondo della finzione per raccontare la storia di Manuel, un diciottenne che esce dall’istituto per minorenni e impara a muoversi in un mondo ignoto, dove forse troverà la libertà oppure un nuovo tipo di prigione.

Dopo due documentari, Manuel è il tuo primo film di finzione; pensi che questo passo segua un flusso naturale?

Mi fa piacere che qualcuno mi faccia questa domanda. Non penso che sia un flusso naturale, almeno per quanto mi riguarda non ho iniziato a fare documentario per poi arrivare alla finzione; non ti nascondo che non vedo l’ora di rifare un documentario. Con questa storia, però, ho sentito il bisogno di raccontarla con dei tempi diversi, più cinematografici, con una scrittura che mi permettesse di non lasciare fuori tutto quello che avevo in mente di raccontare.

Quella di Manuel potrebbe essere la continuazione di una delle storie che racconta il tuo documentario La Repubblica dei ragazzi

La realtà è che esiste un vero Manuel; infatti, ho pensato di fare interpretare il personaggio alla figura reale, ma poi ho deciso di no … sì, dentro La Repubblica dei ragazzi ci sono un sacco di storie e 40 anni di Storia. Poi, questi ragazzi aspettano il momento dell’uscita veramente come qualcosa d’incredibile, avendo anche la consapevolezza che dall’altra parte non c’è nulla.

Oppure tutto …

Esatto! Ma quando dico “nulla” parlo soprattutto di affetti, a livello proprio fisico, perché a volte non c’è famiglia, non c’è nessuno che ti aspetta fuori.

Nel caso di Manuel, questo sembra un processo all’inverso… Invece di uscire Manuel-di-Dario-Albertinidella matrice verso il mondo, lui sta tornando verso la mamma per prendersi cura di lei. Infatti, visto che lo deve fare per forza è un po’ come muoversi da una prigione a un’altra.

Sì, ma allo stesso tempo lui idealizza la figura della madre, perché per lui vuol dire anche “giorno dell’uscita”.

Mentre più si avvicina al momento dell’incontro definitivo con la mamma, però, più perde il fiato…

Esatto! Perché poi quando ha ottenuto la libertà “apparente”, qualcuno gli chiede di farla diventare la realtà di un altro, in questo caso della mamma, che per lui è un’estranea.

Riprendendo il discorso di “perdere il fiato”, è come se lungo tutto il film vedessimo Manuel imparare un nuovo modo di respirare, fino a quando si rende conto che deve fermarsi e prendere aria oppure non ce la farà.

Infatti lui non ha tempo di riprendere il fiato e godersi quello che sta accadendo, è vittima degli eventi e chiamato a portare avanti un programma di requisiti, mettere a posto la casa, trovare un lavoro. Tutto ciò che gli viene chiesto lui lo fa meccanicamente fino ad arrivare alla sequenza finale e al culmine della crisi; mi fa molto piacere che tu lo abbia sottolineato.

Quasi all’inizio del film, Manuel incontra questa ragazza aspirante attrice, Giulia, che deve fare un provino con la battuta di Baci rubati di Truffaut, “qualsiasi persona è straordinaria”. Pensi che il cinema debba raccontare storie di persone straordinarie, oppure farle diventare straordinarie?

Per quanto riguarda la mia piccola esperienza, soprattutto nel mondo del documentario, ci sono delle storie e persone straordinarie, ma non tutte sono interessanti. Io ho cercato di mettere una lente su una storia non per renderla straordinaria ma per porla in evidenza. Tra l’altro, quella scena m’interessava perché volevo far vedere Manuel in difficoltà; all’inizio, lui è anche un po’ presuntuoso ma da quando Giulia entra nella stanza, il suo primo contatto con l’altro sesso, si sente il suo imbarazzo, la sua vulnerabilità.

Parliamo un po’ della figura del mare e del litorale romano. Perché hai scelto un luogo vicino al mare per raccontare la storia di Manuel? C’è qualche immaginario cinematografico che volevi rivisitare? Forse ha a che fare con il fatto della libertà raggiunta e dell’immersione alla realtà?

Secondo me, Manuel arriva sempre in ritardo. Lui ha la possibilità di costruire un rapporto con una madre ma è troppo tardi, c’è un tempo per essere figlio e uno per essere mamma. Diciamo che un posto di mare d’inverno, per quanto possa essere affascinante, è un luogo che non sta vivendo il proprio tempo. Manuel arriva in questa cittadina ma sembra che lui inizi a vivere in qualcosa che già è stata vissuta da un altro, spiagge vuote, negozi chiusi, senza bambini, senza rumore. Lui arriva quando tutto è finito.

Tu invece sembri essere arrivato al Lido nel momento giusto, col tuo primo lungometraggio, in un anno con molta presenza italiana. Come ti senti riguardo a questo? Forse un po’ come Manuel, stai ancora riprendendo il fiato?

Sì, è vero, come Manuel! È una cosa bellissima, sono felicissimo perché oltre ad essere uno dei festival più importanti al mondo, ha dato la possibilità a un piccolo film come il mio. Dico piccolo perché ho dovuto lottare per farlo, il film ha volutamente cercato e finalmente ottenuto una struttura produttiva minimale. Siamo una piccola squadra e ci troviamo in un contenitore molto più grande di noi. Non potevamo augurarci qualcosa di meglio.

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