#Venezia74 – Suburbicon, di George Clooney

Uno spot fatto di immagini pubblicitarie parla di Suburbicon come di una fiorente cittadina degli Stati Uniti del sud. Si può vivere tranquilli a Suburbicon, crescere la propria famiglia e coltivare il sogno americano come in un perfetto manuale degli anni 50. E infatti qui siamo proprio in quel decennio, per la precisione nel biennio 59-60, ovvero alla vigilia dell’elezione del presidente John F. Kennedy e della traumatica lotta per i diritti civili che avrebbe provato a cambiare l’America, almeno fino al recente ritorno reazionario targato Trump. Una famiglia di colore – i Meyers – si trasferisce in città scatenando le isteriche reazioni della comunità bianca. I “civili” si ribellano, tormentano la famiglia giorno e notte e non si accorgono che nella casa adiacente, all’interno di una apparentemente normale famiglia “bianca”, si consuma un perverso intrigo sentimentale e omicida in perfetto stile Coen. Gli autori di Fargo – di cui Suburbicon è davvero una sorta di rielaborazione in chiave politica e quindi clooneiana – sono infatti gli ideatori di una sceneggiatura sfornata molti anni fa e successivamente ritoccata dall’attore americano e dal suo fido collaboratore Grant Heslov. Il film si trasforma presto in un noir con venature pulp sorretto dall’ambiguità sottrattiva del capofamiglia Matt Damon – il nome del personaggio è Garden Lodge – che architetta un improbabile piano per uccidere la moglie invalida Julianne Moore, intascare i soldi dell’assicurazione e costruirsi una nuova vita con la sorella di lei, che è sempre Julianne Moore. Una parabola acidissima su una certa America del passato e del presente, un po’ cinema di denuncia e molto cinema di genere. In questo affresco rabbioso e didascalico l’unica ancora di salvezza rimangono i figli, con il solo Nicky Lodge che è l’unico a dire sempre la verità e a rimanere amico con il figlio nero dei vicini.

SUBURBICONAppare presto chiaro come l’operazione si configuri principalmente sotto l’impronta fortissima dei fratelli Coen, con tutto il campionario di asfissia drammaturgica e visiva che il loro cinema spesso contiene. Clooney, la cui opera da regista è a sua volta frequentemente contraddistinta anche nei suoi risultati migliori (Le idi di marzo) da una sospetta programmaticità, cerca di “personalizzare” il testo, facendo di Suburbicon metafora impietosa sul razzismo e sull’ipocrisia della middle class. Ne viene fuori però un’opera bipolare e pensata, con due anime che provano a dialogare tra loro come fanno i due ragazzini del film, senza riuscire a ottenere un autentico sentimento, né uno sguardo particolarmente nuovo.   

Qui a scavare in profondità non resta che un marchingegno fatto di regole precise e ingombranti, con i colpi di scena che alternano stupore a scoppi di risa e personaggi che entrano ed escono dallo schermo, e dalla narrazione, come fossero manovrati da un cinico burattinaio che conosce tutti i trucchi del mestiere e del discorso da fare. Strana ma colpevolmente poco destabilizzante, questa operazione alchemica cerca il pezzo di bravura ma rischia molto meno di quanto voglia dare a vedere.