#Venezia74 – Suburbicon. Incontro con George Clooney, Matt Damon e Julianne Moore

“Il film non parla di Trump!” Se dovessimo fare un riassunto della conferenza stampa dell’ultimo film di George Clooney, Suburbicon – co-scritto con i fratelli Coen, in Concorso a Venezia 74 – questa frase potrebbe andare bene. L’abbiamo sentita almeno tre volte durante l’incontro, detta in diversi modi ma con la stessa sostanza. Per capire cosa ha spinto Clooney a fare quest’affermazione a voce alta – col suo abituale sorriso ma anche con un certo grado d’ironia e stanchezza – bisogna fare un flashback e cominciare da capo. Quarto giorno di Festival, 14:00 pm: la follia si scatena sin dall’inizio, con l’arrivo di Matt Damon, Julianne Moore e il regista in una sala strapiena di giornalisti affamati, avidi di prendere il loro pezzo di Clooney o, come si legge nella locandina promozionale del film, la loro “fetta di paradiso”.

Di paradiso, poco. Della compostezza e tranquillità promessa nella pubblicità di Suburbicon – il sobborgo “perfetto”, conservatore e razzista degli anni cinquanta dove Gardner Lodge comincia la sua discesa, come un aereo in fiamme – niente. Ironia, risate e umorismo nero, a volontà. Sin dalla prima domanda – riguardo a come il personaggio di Matt Damon si muova tra normalità e follia – Clooney prende la parola (anche se il quesito non era rivolto a lui): “Sono d’accordo con te, riguardo a quanto sia matto Matt Damon. Questo è forse il suo ruolo più folle, ma lui è così…” Poi, il nome di Trump spunta per la prima volta: “Allora, questo discorso di “Make America great again” non ha nessun senso. Io sono nato al sud degli Stati Uniti e ti posso dire che la segregazione razziale che si vede nel film non è mai finita, abbiamo tanto lavoro da fare. Quello che volevo far vedere è che a volte il nostro sguardo si rivolge nella direzione sbagliata, questi uomini che credono di proteggere le loro famiglie quando la verità è che non guardano nella direzione giusta, al vero nemico”. Questa volta Matt alza la voce; lui ha anche tanto da dire: “È questo che noi chiamiamo “privilegio bianco”, il fatto che ci sia un uomo bianco in giro in bicicletta pieno di sangue che ha ammazzato un sacco di persone e tutti incolpano gli afroamericani del quartiere…”.

All’improvviso, l’attenzione si fissa su Damon; il fatto che l’angelical Matt possa diventare così cattivo sembra aver colpito presenti; anzi, uno dei giornalisti continua a chiamarlo “Mr. Demon”. “Mi sono molto divertito facendo questo ruolo”, dice Matt. “D’altra parte, me lo dicono spesso, io so che non mi vedo come una “movie star”, questo è stato utile perché sembro proprio il tipico americano medio”. Come il compagno di classe che non riesce a stare zitto, George interviene: “Quest’è il personaggio che assomiglia di più al vero Matt Damon, attenti!” La stessa cosa capita con Julianne Moore. “Quando George mi ha proposto di fare due ruoli, due sorelle, l’ho trovato fantastico”, dice lei. “La verità è che volevo risparmiare un po’ di soldi”, aggiunge George.

La prossima vittima è una giornalista colombiana, che pensa che ci sia molta rabbia nel suburbiconfilm e domanda a Clooney perché, oppure con chi, è così arrabbiato. Lui, purtroppo, non risponde “con Trump”: “Amica mia, mi sa che hai bisogno di uno psicologo, ne parliamo dopo. Scherzi a parte, forse sì, sono arrabbiato, per questo mondo ingiusto, con i politici, quando vedo cosa è diventato il mio paese. Ma io sono uno molto ottimista!”  Poi, il discorso torna al presidente degli Stati Uniti: “Se il film è stato girato giusto quando è arrivato Trump, è soltanto una coincidenza. I Coen scrissero il soggetto tanti anni fa, poi dopo Fargo e Burn after reading- a prova di spia, penso che loro non volessero girare un altro film del genere, quindi l’ho preso io. Trump non c’entra niente!”
La domanda sui fratelli Coen arriva, forse un po’ in ritardo. Qualcuno opina che sebbene c’è moltissimo della dimensione Coen nel film, Clooney è riuscito ad andare un po’ oltre, spingere sui personaggi di più e farli diventare mostri. “Non è vero, sono delle persone adorabili!” dice George. “I protagonisti non sono mostri, soltanto prendono tante decisioni stupide, perché non hanno idea di come fare…” Julianne Moore aggiunge: “Secondo me i mostri si creano, le persone possono diventare mostri, dipende delle scelte che facciamo nella nostra vita”.

L’incontro sta per finire in pace, quando un giornalista domanda al regista se ha mai pensato diventare il prossimo presidente degli Stati Uniti. George Clooney, per la prima volta, rimane in silenzio. Poi risponde: “Sarebbe molto divertente. Per la verità, mi piacerebbe che chiunque fosse il prossimo presidente, invece di Trump!”