#Venezia74 – Sweet Country, di Warwick Thornton

Warwick Thornton ha origini aborigene ed è figlio d’arte. Sua madre infatti è stata un personaggio influente nel mondo dei media televisivi australiani. Il suo film d’esordio, Samson and Delilah, nel 2009 vinse la Camera d’Or al Festival di Cannes, ed era ambientato nella comunità indigena di Alice Springs dove lo stesso regista è nato e cresciuto. Ha una sensibilità particolare per i paesaggi, gli accesi cromatismi e per gli ampi spazi in cui far muovere i personaggi che gli deriva principalmente dalla sua formazione come direttore della fotografia. Ambientato agli inizi del 900 Sweet Country riparte proprio dall’immagine come controcampo poetico in una storia di violenza, fuga e discriminazione razziale. Siamo nell’entroterra del continente, al confine tra una contea “civilizzata” dai bianchi e le lande inesplorate popolate dagli indigeni. Le fattorie sono amministrate da proprietari che schiavizzano i neri. Il nativo Sam per salvare la vita sua e della moglie è costretto a uccidere un bianco e a fuggire per evitare il linciaggio. Viene inseguito da autorità molto poco inclini all’integrazione e all’uguaglianza razziale. E la sua storia diventa presto una evidente parabola sui crimini del colonialismo e sulla difficoltà di costruire una società moderna. “Questo Paese non ce la farà mai” dice a un certo punto il predicatore interpretato da Sam Neill, che tratta gli aborigeni come suoi pari ma sempre seguendo i dettami del dio occidentale dei cristiani, all’insegna di un indottrinamento anch’esso antropologicamente fallimentare.

Come spesse volte avviene nel cinema australiano il western è despettacolarizzato, prosciugato in un’essenzialità ruvida, sporca che racconta tutta la fatica di riappropriarsi di un genere con il chiaro intento di storicizzare la nascita di una nazione. Il percorso diventa un road movie vagamente allucinatorio, mistico, come era già capitato in The Tracker di Rolf de Heer, di cui Sweet Country ne è una sorta di rivisitazione. Più ancora che per gli americani, l’epica western degli australiani non è tanto quella dei fuorilegge e della giustizia, quanto quella dello sterminio e del conflitto tra natura e cultura, magia e civiltà. E infatti la parte migliore del film è quella della caccia in pieno outback, con i bianchi che vengono respinti dagli elementi primordiali di questo loro nuovo mondo (le tribù, il deserto, i rituali). Gli orizzonti nascondono morte, un mondo ignoto che i coloni non capiscono e che a un certo punto curiosamente anche il nativo Thornton preferisce quasi sospendere, autocensurando la possibilità di una scoperta dell’altro. Ecco allora che si ritorna indietro, alla città, al tribunale, alla società dei bianchi. La parola della legge e di una (im)possibile giustizia prende il sopravvento sullo stile e da essere un film sul territorio Sweet Country diventa definitivamente un kammerspiel. La rappresentazione didascalica di una storia marcia. Il conflitto tra due civiltà (perdute) si riflette allora nella bipolarità etica ed estetica del film. La bella immagine contro il messaggio. Il prodotto intellettuale contro quello di genere.

 

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