#Venezia74 – The Deserted, di Tsai Ming-liang

Non meraviglia che sia Tsai Ming-liang il primo grande “autore” a confrontarsi apertamente con la Virtual Reality, con i tempi, le lusinghe e le trappole di una visione a 360 gradi. Certo, le sue lunghe inquadrature, per lo più fisse o appoggiate a un lento, quasi impercettibile movimento della macchina, potrebbero far pensare all’opposto, a una chiusura dello spazio secondo una rigida impalcatura prospettica, all’imposizione netta di un punto di vista che segua i piani della messinscena. È probabile che nelle immagini di Tsai Ming-liang non vi sia molto margine lasciato al caso. Eppure quel margine esiste, al di là dell’attenta predeterminazione del quadro. Anche nell’immagine dannatamente bidimensionale, ferma al limite convenzionale dei 180 gradi, permane uno spazio residuo di libertà, che consente all’occhio di muoversi all’interno del semicerchio tracciato dall’obiettivo, per ipotizzare traiettorie tutte personali, punti di fuga imprevisti, squarci nella circolarità del tempo e del destino. Tsai sa che i tempi di lettura lunghi scivolano, inevitabilmente, nella distrazione. Ed è lì che il nostro sguardo interviene, in quella crepa nel muro che sospende il nitore della forma, è lì che ognuno prende posizione, con i suoi pensieri, i suoi fantasmi, da lì si parte per noia o desiderio. Magari per un Journey to the West, lo spiazzamento fondamentale dello Tsai Ming-liang costruttore di forme. È lì che il regista rimescola la logica delle inquadrature, le simmetrie, le traiettorie, i sistemi di entrata e di uscita, in un gioco a nascondino con lo spettatore, chiamato a scoprire il walker, a individuarlo nei punti più imprevedibili, ai margini, ai limiti del fuoricampo, esterno e interno. E lì che, muovendosi tra la sacralità del corpo del bonzo e l’ironia della figura di un Lee Kang-sheng spaesato, Tsai rimette in discussione la sua aura autoriale per dichiarare tutta la portata interattiva delle sue immagini, il bisogno di un altro sguardo che completi l’opera.

the deserted2Ecco, con The Deserted il percorso arriva alla sua naturale destinazione, in queste scene virtuali in cui siamo noi a fare il giro che vogliamo, a scegliere su cosa concentrarci e per quanto tempo, su come muoverci nello spazio. Nonostante la prospettiva di ogni scenario, i fulcri d’attenzione predeterminati. Del resto, in Tsai accade sempre ben poco, l’azione è per lo più ferma sul limite di una situazione base e l’evento è riassorbito nel ciclo delle cose. Dunque, anche se si sbaglia giro e si perde il fuoco, poco male, non c’è il rischio di smarrire l’essenziale. Neanche quando la scena è più articolata e i personaggi si posizionano agli estremi opposti dello spazio virtuale: la donna che guarda e la vecchia che cammina… ma noi dove siamo, in tutto questo? La donna che guarda incrocia il nostro sguardo oppure no? Alla fine restiamo lì non visti, non raggiungibili, come fossimo noi i veri fantasmi. La somma vertigine è questa. Intuire come Tsai si adegui pienamente a tutte le incertezze e imperfezioni del mezzo. La maniera in cui fa apparire quelle immagini sgranate che affaticano i nostri occhi alle prese con il visore, quei contorni non allineati e quelle figure fuori fuoco come assolutamente connaturati alle sue architetture che si sfaldano, alle sue costruzioni in disfacimento, a tutto il suo mondo che pare dissiparsi in lacrime e liquefarsi. La stanchezza, la malattia, il torpore dei sensi dopo il turbamento. Sono tutti residui di una vita che continua a scorrere, ma si muove a stento, a scatti come un pesce fuor d’acqua. È vero che stretti nel nostro visore, appesantiti da quella macchina assurda, siamo soli come Hsiao Kang, come personaggi qualsiasi di un qualsiasi film di Tsai Ming-liang. Soli come in un giorno qualunque. Eppure sperimentiamo, sentiamo ridere e cantare. Proviare a cambiare ancora nome alle cose, per sognare rose che siano spasimi.

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