#Venezia75 – Bollettino della poesia: Blu, Ninfe, L’unica lezione, Ius Maris

“Nei nostri film c’è sempre una crepa, ma è il film stesso ad essere una crepa”, ci avevano detto Massimo D’Anolfi e Martina Parenti qualche tempo fa. E nel loro ultimo Blu, fuori concorso nella selezione di cortometraggi di Orizzonti, la crepa è probabilmente l’effettiva protagonista dell’opera: quella parete che cade per fare spazio al tunnel della nuova linea della metropolitana di Milano è ancora una volta un segno fortissimo tra quelli attraversati dagli autori di Spira Mirabilis. Ostacolo duro da abbattere, la lotta per buttare giù quel muro sembra contraddire un’altra delle dichiarazioni che ci avevano fatto i due registi, “Nei nostri film non ci sono mai gli eroi. Il film li fa diventare personaggi, non eroi. Non c’è un conflitto evidente, nessuno lotta contro qualcuno”.
Ma stavolta, l’abituale, rigorosissimo procedimento di racconto di uomini al lavoro si conclude con un applauso, quello che gli operai si fanno tra di loro per essere riusciti nell’impresa di sfondare il muro, quasi come se D’Anolfi e Parenti volessero mostrarceli alla stregua di minatori rimasti incastrati, prigionieri sottoterra da troppo tempo, che finalmente hanno trovato una fessura da far saltare in aria per ritornare alla luce. Una risalita per ascendere al cielo aperto che ovviamente gli autori non ci mostrano, lasciandoci intravedere solo i raggi del giorno che si fanno strada dall’apertura, la mdp rimane nel sottosuolo mentre i nostri “eroi” (presenti alla proiezione veneziana in tuta da lavoro) fuoriescono da cunicoli e macchinari scavatori.
Blu conferma così la vena più lumièriana della produzione di D’Anolfi e Parenti, da cinema delle origini e dispositivo delle attrazioni, in una sorta di impossibile remake sotterraneo di Démolition d’un mur del 1895 (non a caso, uno dei testi chiave del muto sulla scoperta della ripresa filmica come archivio perennemente replicabile e modificabile, istanza carissima ai due cineasti della Infinita Fabbrica).

Sempre tra i lavori brevi di Orizzonti, Isabella Torre fa compiere un percorso simile alle Ninfe protagoniste del suo cortometraggio omonimo, che da una fessura della terra sgusciano via, e in quella ritornano una volta terminato il loro compito. Una missione di riequilibrio dell’ordine naturale a cui le tre creature mitologiche rispondono senza bisogno di invocazione da parte degli uomini, anzi chiamate in causa dalla prepotenza dell’intervento umano sul territorio dell’Aspromonte e sul suo popolo animale e vegetale. Disturbate da uno scavo archeologico invasivo, la furia conturbante delle ninfe si abbatterà sui luoghi deputati della civiltà, per strada e nelle chiese di un villaggio sardo. Cos’è ancora sacro e cosa si può invece profanare?
Il corpo: Isabella Torre ha il coraggio di imbastire la messinscena sospesa interamente intorno alla propria sagoma senza veli, triplicata per originare le creature del film, e di cui viene esasperata l’apparenza “aliena”, suadentemente extraterrestre, in una certa tradizione di soprannaturale soft e sospeso all’italiana (viene quasi in mente il primo Michele Soavi, per alcune soluzioni). La fotografia di Jonas Carpignano reagisce lavorando sulle componenti primarie, le scintille del fuoco del bivacco dell’incipit quasi originano le forme essenziali delle visioni che seguiranno, tra rocce, sangue, specchi acqua.

In acqua si tuffa anche Vincenzo D’Arpe per il suo Ius Maris, contributo salentino alla selezione MigrArti di quest’anno, prodotto dalla Fluid di Davide Guerra dei Cafoni Barletti. Un espediente che D’Arpe sfrutta per raccontare la scena surf delle coste pugliesi, una passione per questo sport che pare aver definitivamente conquistato i lidi più a Sud d’Italia.
Ius Maris ripercorre le tappe del canone surfistico al cinema – fascinazione, addestramento, affiliazione – virandole in vernacolo salentino tra le spiagge e le onde dell’Adriatico. Il linguaggio si fa ancor più universale quando a trasportarlo è Yassine, il ragazzo nato e cresciuto a Lecce da genitori marocchini, di cui il corto racconta la passione per la surfboard e la letterale immersione nelle attività del team della zona, squadra che si aprirà così progressivamente ad una serie di apprendisti delle etnie più varie, in un rovesciamento gioioso e multiculturale del dictat milusiano del Locals only.

E’ un cosiddetto G2 anche il Riccardo de L’unica lezione, il nuovo lavoro di Peter Marcias visto tra le Notti Veneziane delle Giornate degli Autori. Di famiglia iraniana, il ragazzo si iscrive all’Università di Cagliari, e ignora chi sia Abbas Kiarostami – casualmente, l’incontro con un video che sta scorrendo sullo schermo dell’aula magna lo fa innamorare delle potentissime parole pronunciate dal cineasta di Copia conforme proprio in quello stesso luogo, anni prima.
Si tratta di riprese effettuate dallo stesso Marcias nel 2001, che il regista integra nella narrazione attraverso un bianco e nero che amalgama le grane ed i formati: il discorso di Kiarostami è ovviamente di lucidità commovente, e il regista sardo compie con la voce del grande autore un’operazione non troppo lontana da quella effettuata con le interviste ai réalisateurs che puntellavano il suo ultimo Uno sguardo alla terra.
Frutto di un laboratorio universitario di cinema incentrato proprio sulla produzione del maestro iraniano, il corto è impreziosito da versi sparsi della struggente produzione poetica di Kiarostami, che attraversano le immagini aprendo i fotogrammi a nuovi sensi.
Evocazioni di istanti che si sovrappongono al percorso urbano del giovane protagonista Riccardo, le poesie di Kiarostami rovesciano la gerarchia della narrazione, non più trainata dal girovagare del ragazzo tra le strade di Cagliari e i corridoi universitari, quanto dal flusso dei versi che sentiamo recitati in voice over, capaci di riecheggiare ben oltre la fine del corto.

L’insonnia nella notte più lunga dell’anno, una breve poesia. I poveri innamorati nel buio della notte di nascosto dalle guardie distribuivano il “bollettino della poesia”. In profondità di venti mila metri sotto il mare un verso di poesia dondolava in mezzo alle alghe. (Abbas Kiarostami, Il vento e la foglia)