#Venezia75 – The Great Buster: A Celebration, di Peter Bogdanovich

Buster Keaton è l’essenza del cinema“, dice Werner Herzog. E potremmo anche fermarci qui: cosa c’è altro da aggiungere? Cosa c’è altro da dimostrare? Il lavoro vincitore della sezione Venezia Classici – documentari sul cinema, infatti, ci rinuncia a priori: non un’agiografia filmata, non una filologica ricerca d’archivio, tanto meno un saggio teorico sulla messa in scena keatoniana… niente di tutto questo. A Peter Bogdanovich interessa solo la felice celebrazione del grande Buster, ossia un film che ci accompagni dolcemente nel percorso di vita di uno dei più grandi geni novecenteschi evitando dogmatismi cronologici e mescolando tempi e immagini per seguire il tempo del devoto ammiratore (il periodo d’oro degli anni ’20 diventa la degna conclusione del percorso posticipandone la morte…). Il gesto del capitombolo diventa così l’essenza del cinema.

Nato nel 1895 (data quanto mai simbolica…) da una famiglia di artisti del vaudeville, “faccia di pietra”” – soprannome non del tutto azzeccato, dice Bogdanovich, per un attore che schiude abissi emotivi profondissimi utilizzando solo gli occhi – diventa presto un bambino prodigio del palcoscenico. La sua crescita e i suoi primi passi nel mondo e nello spettacolo coincidono quindi con i primi passi del cinema a fine XIX secolo. Buster e il cinema, da coetanei scapestrati, avevano un appuntamento con la storia. L’amicizia con il divo del muto Fatty Arbukle diventa il link che li fa incontrare, attrarre, crescere ancora di più: le decine di cortometraggi pionieristici negli anni ’10, il periodo d’oro degli anni ’20 con i capolavori The General e Sherlock Jr, la caduta negli anni ’30 dai tre matrimoni alle altalene emotive nella vita privata. Bogdanovich non concepisce mai un confine tra l’uomo e l’artista: Keaton diventa i suoi film, non può scindersi da essi, come fossimo sempre in uno stacco di montaggio di Sherlock Jr, tra le risate degli spettatori e i pericoli perturbanti che supera sognando in cabina di proiezione.

Cadute e risalite. Enorme metafora di una vita che trova senso solo in quegli stacchi di montaggio spericolati e in quelle acrobazie pre-digitali. Il corpo di Keaton, come il cinema, testa se stesso negli anni ’20 e trova i suoi codici nei ’30 mettendo in fuori campo il gesto estremo a favore della parola. L’avvento del sonoro e il disastroso accordo con la MGM segnano un brusco stop nella carriera di Keaton, ma non al suo intramontabile Mito. Bogdanovich cerca proprio quel raccordo tra l’immagine e la vita, utilizzando l’intervista a vari testimoni (Herzog, Mel Brooks, Tarantino, ecc) come semplice e fruibile interfaccia con lo spettatore contemporaneo. Ecco che Quentin Tarantino si concentra sulla rifunzionalizzazione della figura dell’attore comico: da personaggio maldestro e goffo in cui spesso era relegato dal palcoscenico al cinema delle origini, Keaton impone invece il canone del comico come performer estremo, cool, capace di far ridere con le incredibili capacità del suo corpo di reagire alle situazioni impossibili. Ed è per questo che Bogdanovich sceglie il “capitombolo” come figura cardine e opera una carrellata dei reali infortuni che Keaton ebbe sui vari set.

Certo, il documentario non scava sino in fondo la complessa icona-Keaton e non vuole mai fare un discorso estetico o teorico sull’Autore tanto amato dai cinefili, ma ha comunque il merito di non trattare mai il cinema di Keaton come un pezzo da museo da osservare a distanza, ma come un corpo vivo da riscoprire nel contemporaneo. Bogdanovich fa quindi una scelta di campo: gli interessa solo la performance in scena (dalla vita al set) perché mai nella storia del cinema il corpo del film e il corpo del suo regista sono stati così inscindibili. Un’eredità più che mai evidente: dal blockbuster hollywoodiano di Mission: Impossible (Tom Cruise/Ethan Hunt trova in Keaton una referenza obbligata per l’intera saga) all’indipendenza sognante di Magic Lantern (il film di Amir Naderi presentato a Venezia75 trova in Sherlock Jr la porta memoriale per schiudere i fantasmi del grande schermo). “Il grande Buster” si conferma l’origine, o l’essenza, del cinema.

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