#Venezia75 – Uno sguardo ai film vincitori di Orizzonti

In linea con la buona qualità, a prescindere dalle sezioni ufficiali, anche la sezione Orizzonti ha contribuito ad elevare la generale qualità della Mostra, con spunti e visioni di film, magari privi di brand autoriale, ma forse per questo ancora più pregevoli e sicuramente sorprendenti poiché inattesi. La sezione, che si distingue dal Concorso per la ricerca che assicura nel proporre film rappresentativi di nuove tendenze estetiche ed espressive, è destinata a guardare al futuro e a consolidare la ricerca di nuovo alla quale ogni festival dovrebbe dedicarsi, tutto ciò pur senza sempre pretendere una attenzione per le forme estreme delle sperimentazioni visive.
La vittoria della Sezione competitiva di questa settantacinquesima edizione è andata al tailandese Manta ray che ha saputo restituire al cinema quella dimensione onirica come da tempo non accadeva.
Ma a guardare i premi assegnati come sempre qualcosa resta fuori dai nostri desiderata e qualcosa, invece, assume una nuova luce proprio in virtù del riconoscimento.
Il premio per la migliore regia assegnato a Emir Baigazin per il suo Ozen (Il fiume), sicuramente costituisce un riconoscimento pienamente meritato per il regista kazako. Il suo film, che contiene gli elementi del tutto riconoscibili delle cinematografie dei territori pre asiatici, racconta della vicenda di cinque fratelli che incontrano casualmente un altro ragazzo che risveglia la loro curiosità poiché rompe la monotonia della loro vita anche attraverso la tecnologia di un telefono cellulare e dei giochi elettronici che contiene. Baigazin utilizza al meglio l’ambientazione desolata della steppa kazaka e l’abitazione dei fratelli e dei loro genitori sembra un avamposto delle retrovie di una condizione esistenziale che sconfina nella metafisica come accadeva al fortino in Il deserto dei Tartari e il fiume che attraversa il loro piccolo mondo diventa il limite invalicabile di quella esclusiva realtà. Privo di una eccessiva carica di forme simboliche il tratto visivo di Baigazin, sempre minimale nella sua pur ricercata perfezione, sembra accordarsi con l’ambiente circostante e depurarsi da ogni pesantezza. Ozen è quindi un film che nel recupero di una tradizione meditativa, denuncia ancora una volta il limite di una condizione della vita, ma al contempo, dimostra che il pensiero pur imprigionato in uno spazio immenso, non trova limiti alla conoscenza. Il fiume assume il profilo di quel limite apparentemente invalicabile e, nel recupero di una libertà negata, veicolo di conoscenza liberatoria.
Su altre corde e su altri registri il film che ha ottenuto il riconoscimento per il migliore attore andato a Kais Nashif per Tel Aviv on fire del palestinese Sameh Zoabi. Tenuto alto su un registro di commedia brillante, con tratti di puro divertimento, il film immagina di una serie televisiva e del suo originale autore arabo cui dà volto Kais Nashif vincitore del premio per la migliore interpretazione. La scrittura della serie tv Tel Aviv on fire melodramma infarcito di lotta di liberazione della Palestina, per un divertente contrattempo avverrà con la collaborazione di un ufficiale israeliano molto divertito all’idea di diventare famoso attraverso la televisione con l’ulteriore orgoglio di mettersi in scena direttamente per fare bella figura con la moglie appassionata del programma televisivo. L’occasione e l’incontro prima polemico e poi amichevole tra i due personaggi appartenenti a fazioni opposte diventa sineddoche di una possibile pacificazione tra i due stati in eterna guerra. Una commedia dai tempi azzeccati che interrompe con arguzia un cinema che con dolente impianto appartiene a quella area geografica. Tel Aviv on fire, d’altra parte conferma una certa vena di ironico sguardo alla vita che per fortuna sopravvive tra i suoi abitanti, nonostante le precarie condizioni ambientali dei luoghi che vedono i popoli in perenne conflitto.
La russa Natalya Kudryashova ha ottenuto il premio per la migliore interpretazione femminile della sezione. Il film per il quale ha ottenuto il riconoscimento è The man who surprised everyone diretto in coregia da Natasha Merkulova e Aleksey Chupov.
Un racconto quasi morale che aderisce con perfetta sintonia ad una precisa corrente della letteratura russa che vede nella genialità del comportamento umano e nella fantasia che irrompe nel reale, la soluzione al male della vita. Egor Petrovich è il protagonista e nella vita tranquilla fa il guardiacaccia. Un giorno incidentalmente scopre di avere una gravissima malattia che nel giro di due mesi lo condurrà alla morte. Prepara tutto per la sua dipartita per assicurare un futuro al figlio e alla moglie, l’attrice Natalya Kudryashova. Un giorno una anziana donna, una specie di sciamana locale alla quale si era rivolto, gli racconta la favola di un’oca che ingannò la morte rotolandosi nella cenere per assomigliare ad un’anatra. Egor si aggrappa a questa speranza e si traveste da donna, incurante delle maldicenze e sopportando le violente aggressioni. La nuova tac escluderà la presenza di qualsiasi malattia.
The man who surprised everyone è un film che nel drammatico assunto coglie la sua originalità nella sottile, ma determinante venatura di umorismo che lo caratterizza e lo distingue. Girato nei lividi colori di una Siberia immaginata, il cinema dei due giovani cineasti russi si fa erede di una tradizione consolidata che appartiene di diritto all’animo russo così come la letteratura ce lo ha tramandato. Un’anima essenzialmente riflessiva che coglie l’insondabile male di vivere, ma che non si esime dal cogliere anche una sempre presente dose di pur impercettibile umorismo. Un’ironia che deriva quindi da una tradizione popolare alla quale appartiene la storia dell’oca dalla quale il film prende spunto. Natasha Merkulova e Aleksey Chupov sanno dare forma compiuta a questo ironico profilo dell’anima russa, con l’ausilio dei loro attori tra i quali la sensibile interpretazione dell’attrice premiata, trasformando il surreale gioco con la morte, in forma estrema di sopravvivenza, a dispetto di un pensiero collettivo animato da istinti di violenza davanti alle inattese forme di una resistenza in favore della vita. In quest’ottica il film diventa anche una parabola, tanto indiretta quanto arguta, sulla attuale condizione di un paese soggiogato da una incessante esibizione di virile prestanza.
Il tibetano Jinpa diretto e scritto da Pema Tseden, è stato insignito del premio per la migliore sceneggiatura. Un’altra storia che corre sul doppio binario di una realtà contingente e di un’altra che assume i contorni del sogno. Jinpa è un autista di camion che attraversa gli altopiani tibetani ascoltando O sole mio in lingua indigena. Un giorno dopo avere investito una pecora carica un autostoppista che porta con se un pugnale che prelude alla vendetta nei confronti dell’assassino del padre. Le loro vite si intrecceranno nella identità dei loro nomi.
Pema Tseden già in passato ospite della Mostra veneziana, ha diretto un film dalla fotografia sgranata i cui tocchi caravaggeschi degli interni esaltano le sue qualità artistiche, in un’ambientazione talmente lontana da ogni comune conoscenza, da diventare fantastica e inarrivabile. Il Tibet di Jinpa diventa il luogo deputato del sogno e dell’immaginazione e così stridenti, a prima vista, sembrano le note del classico napoletano che risuonano sulle piste polverose attraversate dal mal messo mezzo di Jinpa. Ma la storia diventa presto ben altro e trascurando ogni stretta incombenza narrativa si rivolge piuttosto a ricercare negli assunti e nel personaggio di Jinpa i tratti di una doppiezza umana che sopravvive ad ogni latitudine. Jinpa è il Giano bifronte che nella sua bonaria esistenza è anche capace di una furiosa vendetta. È del tutto evidente che questi assunti si manifestano in virtù di un pensiero e di una più profonda filosofia che è ben radicata nei luoghi, ma i suoi risultati restano più diffusamente condivisibili e il film che se ne fa portatore, ancora una volta, si fa linguaggio universalmente comprensibile.

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