Vera Cruz, di Robert Aldrich

“Non mi fido di lui. Ha l’animo nobile, non ci si può mai contare…” Joe/Burt Lancaster su Ben/Gary Cooper in Vera Cruz

 

Perché Vera Cruz è un film importante nella Storia del Cinema? Perché, in anticipo sui tempi, rielabora i quattro grandi cicli borgesiani della narrazione: la città assediata, dietro cui si nasconde l’Iliade, il viaggio di Ulisse, il concetto di ricerca (il Graal o il Vello d’oro) e il sacrificio di un dio (Cristo, Attis, Odino). Robert Aldrich sin dai primi fotogrammi rielabora il suo sviluppo drammatico rifacendosi ai modelli fissati nell’immaginario culturale occidentale. C’è un eroe, il colonnello Benjamin Trane (Gary Cooper) che nel 1866 si spinge solitario nei territori messicani alla ricerca di uno scopo e di un lavoro che gli garantisca la sopravvivenza. C’è un antieroe, il perfido e ghignante Joe Erin (Burt Lancaster), che nell’esercitare il male assomiglia a una specie di divinità maligna. C’è una carrozza piena d’oro assediata tra le piramidi di Teotihuacan dai rivoluzionari messicani in una fuga spericolata che ricorda l’assedio della diligenza in Ombre rosse. C’è la irruzione della morte (la catasta dei cadaveri nel pre-finale del film) che cambia per sempre i rapporti di forza tra i personaggi riportandoli verso il Nostos. L’alleanza iniziale tra Joe e Ben oscilla tra le tentazioni mercenarie incarnate da Massimiliano d’Asburgo (George Macready) e le istanze rivoluzionarie rappresentate dal generale juarista Ramirez (Morris Ankrum). A questo si aggiungano i due caratteri femminili: la ladra Nina (Sara Montiel) e la contessa Marie Duvarre (Denise Darcel) che, pur essendo di opposta estrazione sociale, utilizzano le stesse armi di seduzione verso i due protagonisti maschili con esiti divergenti.

vera cruz burt lancaster gary cooperBasato su una storia di Borden Chase e fotografato splendidamente da Ernest Laszlo, Vera Cruz poggia la sua forza nella speciale alchimia tra i diversi personaggi e sul taglio innovativo del montaggio con una durata media dell’inquadratura di appena 4-5 secondi. La abilità tecnica di Aldrich non si nota solamente nelle scene di battaglia ma anche in momenti carichi di tensione come il primo incontro del mucchio selvaggio con i rivoluzionari: una memorabile panoramica a 360° rivela che i nostri eroi sono circondati e apparentemente senza possibilità di salvezza. La location messicana e una certa rappresentazione spregiudicata della violenza (la scena con Joe che sequestra dei bambini minacciando di ucciderli è di grande impatto emotivo) influenzeranno molti western successivi: I magnifici sette, Il mucchio selvaggio e in parte la prima produzione di Sergio Leone.
gif critica 2Vi sono anche momenti ironici che smorzano la tensione: la scena della festa nella reggia di Massimiliano d’Asburgo con la banda di malviventi assolutamente fuori contesto, (riconosciamo Ernest Borgnine, e un giovanissimo Charles Bronson), la gag con il Tin’s Soldier capitano Danette (Henry Brandon) e le prove di tiro con il Winchester (per il 1866 viene proposto un modello anacronistico) che rischiano di dimezzare la servitù. Molto amato in terra francese (Truffaut fu folgorato dall’incipit con il cambio di cavallo), Vera Cruz insieme a L’ultimo Apache fece conoscere il nome di Aldrich a livello mondiale. La girandola di tradimenti e colpi di scena cattura lo spettatore così come il rapporto ambivalente tra Joe e Ben che si arricchisce di un’aura mitologica proprio nel duello finale. Qualcuno spara volontariamente fuori bersaglio per salvare la memoria di una (im)possibile amicizia: in mezzo a tutto questo inferno dei viventi così tipico della filmografia di Aldrich, una piccola transitoria oasi di paradiso.

Titolo originale: id.

Regia: Robert Aldrich

Interpreti: Gary Cooper, Burt Lancaster, Cesar Romero, Denise Darcel, Sara Montiel, Ernest Borgnine, George Macready, Charles Bronson

Durata: 94′

Origine: USA 1954

Genere: western

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