Visioni Fuori Raccordo 2017 – Spazi identitari al cinema

Il recupero del senso dell’identità è ciò che può consentire all’uomo contemporaneo, quello rimasto spesso senza una casa, una terra, un lavoro, di risollevare le sorti di una vita in stato di estremo abbandono e disillusione. C’è un pezzo della sconfitta, ma ben più della potenziale rinascita umana, in ciascuno dei nuovi cangaceiro moderni: il Brasile odierno ne è pieno di questi (non-)eroi rimasti ai margini della società, costretti alla segregazione nei buchi neri delle città che cambiano rapidamente volto, inseguendo la scia del capitalismo e del tempo accelerato del profitto. Lo spazio(-tempo) non appartiene più alla soggettività, smette di aderirvi nel momento in cui ogni posto diventa contenitore e replica di un altro, e poi di un altro ancora, tra mille edifici anonimi e meccanismi di urbanizzazione impersonali. Eppure, queste megalopoli senza un carattere possiedono al fondo delle crepe, aperture di dimensione ancestrale da difendere al costo della vita: perché «la libertà è una conquista, non un’elargizione» (Paulo Freire).

Il regista-ricercatore Enrico Masi parla proprio di questo nel suo Lepanto – Ultimo Cangaceiro (2016), partendo da una storia come tante di abuso abitativo ai fini dell’organizzazione di un “grande evento”, che si traduce nella perdita definitiva della casa, laddove casa significa primariamente nucleo di sicurezza e protezione. Michael Wells diventa per lui “l’ultimo cangaceiro”, testimone oculare e voce della situazione brasiliana della quale si fa carico; o meglio, è proprio il regista a condurre in porto personalmente quest’impresa che sa di leggenda, raccogliendo frammenti delle città fatiscenti e generando un mix di immagini/suoni provenienti da tempi e luoghi i più disparati: volti di indigeni e folle di poliziotti, favelas ed enormi stadi moderni in costruzione, stralci di antiche pitture e schermi televisivi; tutto rientra nel calderone disordinato, che si erge a metafora di un mondo così sprovveduto da avere perso le coordinate giuste per muoversi.

È il film stesso a inseguire, in qualche modo, la lepanto bibliotupropria identità, oscillando in maniera incerta tra storie di politica e di diritti umani, ma poi, in fondo, riflettendo sulla condizione attuale dei rapporti, usando a pretesto la crisi di coppia vissuta da Wells: rapporti spenti e privi di parole, scavati internamente, impossibilitati alla “vicinanza”, rispondenti dunque a quel modello urbano, cerebrale ed egocentrico, che ha cancellato il concetto stesso di comunità per diluirlo nel mare globalizzato. Masi (ri)costruisce una storia universale, e di “battaglie spirituali”, dove il personaggio di Wells – cangaceiro non troppo credibile – potrebbe ben sparire per consentire un maggiore dinamismo di sguardo e riflessione. Il sogno di libertà del guerriero atterrato dal passato è il sogno stesso del film, spazio di indagine senz’altro, di documentazione sul reale, ma di più di creazione di mondi “altri”, qui di pirati redivivi che possono ancora lottare per i propri diritti.

In questa dimensione creativa composta di pezzi di reale e di finzione, così come di memoria, immaginario e sogni – perlopiù infranti – rientra anche il documentario di Raffaele Passerini, Il principe di Ostia Bronx (2017), in cui i protagonisti sembrano essere altrettanto alla ricerca di se stessi, impegnati da sempre nella costruzione di un’identità che ha faticato nella sua riuscita, altra lotta quotidiana per dei diritti negati, anche se stavolta la casa c’è, ma non c’è mai comunque un posto dove affermarsi. “Il Principe” è come il cangaceiro, allora, combatte dentro e fuori per stare a galla, per dibattersi nella e contro la società che lo ha respinto, segregato anch’egli nella sua personalissima baraccopoli – la spiaggia per nudisti gay di Capocotta, sul litorale di Ostia –, dove ha costruito una fortezza sul suo fallimento. Il Principe non è, però, da solo: condivide la sua vita ribelle con “la Contessa”, un’aspirante Anna Magnani dal volto di uomo e con la voce rauca, personalità forte e repressa, perché anch’essa volto di un’altra esclusione dal mondo – quello della cultura “alta”, stavolta. Il film si dibatte tra i due come una palla rimbalzante, senza costruire (troppo), nutrendosi della vitalità improvvisata dai due artisti “sulla sabbia”, cercando nella casa-palcoscenico-inconscio del Principe, e tra i filmati amatoriali girati dalla coppia, tracce della loro identità, della realtà che hanno saputo liberamente inventarsi, anche quando l’ambiente intorno era troppo infelice e avverso.

Il regisIL-PRINCIPE-DI-OSTIA-BRONX-1ta li segue, partecipando attivamente alle loro dinamiche quotidiane, in versione reality; ma nel frattempo scava la superficie di pietra dei due, tra mille travestimenti e maschere sul volto, per non svelarsi mai troppo agli altri o per giocare a essere diversi ogni giorno: se ne ricava un ritratto di dolente e amara verità, ma anche di caos creativo – la cultura di Maury o i dipinti surreali di Dario – e di umanità semplice, quella che sa ancora parlare in qualche modo di amore, di arte (e di cinema) e della libertà d’essere se stessi.
Umanità che sa anche parlare di altruismo e senso della responsabilità. È il caso speciale del Dr. Sami Khader, non un veterinario qualsiasi, bensì “il veterinario” responsabile dello zoo di Qalqilya, la cittadina palestinese stretta al collo dal “Muro di separazione”, costruito dagli israeliani per tenere a debita distanza i palestinesi del territorio limitrofo. Marco De Stefanis segue l’incredibile vicenda del medico nel documentario Waiting for Giraffes (2016), in cui ciò che colpisce alla prima è l’energia della luce e dei colori, nonostante all’orizzonte – ma poi non così lontano – faccia capolino la barriera di cemento che ci ricorda dove ci troviamo. È una terra luminosa, dunque, e a Tel Aviv assistiamo persino ad un tramonto sull’acqua che non si dimentica facilmente per la poesia di rossi che riempiono lo schermo. Terra nella quale la vita richiede impegno, coraggio, che può iniziare con la costruzione di qualcosa per gli altri o, al limite, per il Paese stesso, di qualunque identità esso sia oggi. Sami cerca di migliorare la casa dei suoi animali indifesi, in quello zoo che ricorda da vicino un’ Arca di Noè post-apocalittica, ma che il regista coglie anche nei momenti di maggiore vivacità, come in un’ingenua sospensione dal tempo della guerra e della burocrazia; ma nel frattempo il dottore cambia se stesso, i suoi sogni diventano quelli di una rinascita generale nel segno della cooperazione con altri luoghi e culture. E la battaglia per ottenere più spazio per lo zoo – allargandosi alla fatidica zona C, sotto il controllo del nemico israeliano – diventa un ulteriore tassello di quella (ri)costruzione identitaria che, qui in versione estrema, passa per la riappropriazione di uno spazio, abbattimento di frontiere e connessione di mondi.

 

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"