Vittoria e Abdul, di Stephen Frears

Si scrive Stephen Frears ma si legge James Ivory. Alcuni frammenti di Vittoria e Abdul sembrano infatti rimandare al periodo iniziale della carriera del regista di Camera con vista. Con lo sguardo europeo teso a guardare le influenze inglesi sull’India. Che vorrebbe anche aprire uno squarcio storico, ma che invece mostra come il cinema del regista inglese si sia impantanato in un formalismo di facciata che fa rimpiangere anche quelle forme da kolossal storico di Gandhi di Attenborough. Non si sa cosa sia accaduto al cinema di Frears negli ultimi anni (con l’eccezione di The Program) ma sembra avere il passo stanco di uno sguardo che va alla ricerca di biografie/copioni da rivitalizzare, di regine da resuscitare (e il confronto tra la regina Vittoria di Vittoria e Abdul e la regina Elisabetta di The Queen è impietoso), di storie da romanzare.

Basato su fatti veri “per lo più”, si sofferma sull’amicizia tra la regina Vittoria e il giovane segretario Abdul Karim, diventato nel tempo suo precettore, consigliere e devoto amico. Ovviamente il loro rapporto scatena una rivolta all’interno della famiglia reale.

Victoria And AbdulAncora le stanze. Come nel precedente e deludente Florence, da cui Frears sembra ormai riprendere una dinamica di messinscena nel modo di inquadrare i volti delle protagoniste (dagli occhi e al make-up sul viso di Meryl Streep a quello di Judi Dench), gli oggetti (la consegna del mohur) e la scena in cui la Regina canta sembra quasi un riciclaggio del film precedente. E le stanze diventano un elemento centrale, ma non nelle dinamiche da thriller (come The Queen appunto) che hanno attraversato anche alcuni dei suoi film migliori. Ma vengono oltrepassate per mostrare le differenze di classe, gli sguardi in campo e fuori-campo, gli accessi proibiti. E dietro lo sguardo della corte verso Abdul, che è l’isolamento del diverso, c’è più un’urgenza politica, come se si volesse parlare della politica di Trump perché oggi fa tanto figo. E accenna, ma poi non ha la forza di spingersi, verso un terreno fantastico sulla linea di Il ladro di Bagdad.

Victoria and AbdulVittoria e Abdul ritira fuori una storia seppellita dalla famiglia reale e venuta a galla più tardi. Frears ormai insiste sull’attenzione ai dettagli (quello dell’occhio, le donne incappucciate, l’equilibrio precario del budino), si apre su piccoli siparietti come un’aria d’opera (Abdul che zittisce i presenti che parlano mentre Puccini si esibisce con la Manon Lescaut). Eppure quello di Frears è stato spesso un grande cinema di sguardi, da quelli di Daniel Day-Lewis in The Beautiful Laundrette ai cenni d’intesa tra Dustin Hoffman e Geena Davis nel bellissimo finale di Eroe per caso. Da Philomena in poi il suo cinema predilige l’illustrazione alla composizione, il fatto storico prima della sua rappresentazione. Dove, in questa fase, restano solo le ceneri. Come quelle delle foto bruciate. E la performance impeccabile di Judi Dench sembra l’esempio di un cinema dove la tecnica sembra l’unico antidoto per sopperire a un’evidente fase di crisi nell’opera del cineasta britannico.

 

Titolo originale: Victoria and Abdul

Regia: Stephen Frears

Interpreti: Judi Dench, Eddie Izzard, Ali Fazal, Michael Gambon, Olivia Williams

Distribuzione: Universal Pictures

Durata: 112′

Origine: Usa/Gran Bretagna 2017