We Are X, di Stephen Kijak

Pur rientrando nella categoria “evento speciale”, dai tre-quattro fino a sette giorni in sala, il doc musicale garantisce generalmente buoni incassi, fatta eccezione per casi sui generis come L’Amy di Kapadia, addirittura riproiettato. Ma il fenomeno Winehouse era abbastanza fresco, causa anche di un appeal corroborato da altri prodotti, ad esempio quello Sky, per cui la vendita del biglietto veniva garantita sia dal fan di primo pelo che dal trascinato e/o neofita. Lo stesso non è accaduto per Janis, le cui visite sul proiettore hanno visto più poltrone che occhi, e neppure per gli Oasis, il cui doc, e qui azzarderemmo un giudizio di merito, mancava di diversi punti di contatto con il pubblico. L’operazione di Stephen Kijak, invece, è molto più furba. Anzitutto, la band X Japan, nonostante gli inizi nell’82, ha ottenuto il riconoscimento internazionale solo nell’ultima decade e, nello specifico, è solo con la soundtrack del film che hanno raggiunto le vette della billboard britannica (prima benedizione al film). Inoltre, si fosse trattato di un lungo tour in studio di registrazione, oppure di un backstage, cosa che è, ma fintamente (seconda benedizione), dilatato all’inverosimile, riproponendo nelle fantasie del fandom quanto lo stesso Yoshiki mette in atto nelle esibizioni, We Are X sarebbe stato un buco nell’acqua.

Moltissime celebrità appaiono a difesa della band: da Gene Simmons (KISS) a Marilyn Manson, da Richard Fortus (Guns ‘N Roses) al George Martin produttore dei Beatles. C’è perfino Stan Lee, stavolta più riconoscibile dello sfondo. Dovessimo tracciare un profilo musicale, recensire brani quali RusTy Nail, Born to be free, staremmo criticando la soundtrack, quella che ha deciso di marinare lo schermo, nostro malgrado. Le sonorità heavy metal (visual kei) a tratti melanconiche, poi grintose e galoppanti fanno accomodare l’enorme ego di Yoshiki, più divinità della Terra nipponica che co-fondatore, compositore, We Are X - Yoshiki - foto dal documentario musicale 4_bigetc. Dalla carta regalo, sebbene il gusto estetico abbia abbandonato lo sfarzo cromatico degl’esordi, ne viene fuori una sorta di guru, un sol levante illuminatore di popoli, soprattutto se questi intendono fare musica. La band ebbe una battuta d’arresto nel ’97 per l’abbandono del vocalist, amico d’infanzia del frontman, per poi ringranare la marcia nel 2007. Una serie di circostante tragiche li hanno coinvolti, dai disagi psico-fisici per i movimenti simil epilettici, nel senso di forsennati, durante le performance, al suicidio di due membri. Lungi dal non poter trattare tali argomenti, purtroppo assistiamo ad una caduta nel patetismo senza rimedio, a cui contribuisce, dispiace riaccompagnarlo sul patibolo, lo stesso Yoshiki. Ecco che il backstage del concerto al Madison Square Garden di trasforma in un confessionale da reality show, con la stessa intrusione intollerabile di Kapadia, ma con meno talento nella messa in scena.

Titolo originale: id.
Regia: Stephen Kijak
Distribuzione: Distribuzione indipendente
Durata: 93′
Origine: UK, Giappone, USA, 2016