"Wolfman", di Joe Johnston

WolfmanCorsi e ricorsi storici: quando il genere comincia ad arrancare, Hollywood attinge a piene mani dal repertorio dei mostri classici Universal. E’ già successo negli anni Novanta, decennio terribile per l’horror, con il magniloquente Dracula di Bram Stoker coppoliano, seguìto di poco dal pomposo e malriuscito (ma affascinante) Frankenstein di Mary Shelley  di Branagh; e ancora, poi, con La Mummia di Sommers, che però non ha lasciato profonde tracce dietro di sé. Adesso accade nuovamente con l’uomo lupo: il reboot attuato da Joe Johnston (simpatico e modesto mestierante, al quale nessuno probabilmente dedicherà mai un testo critico) si muove però in netta controtendenza rispetto ai canoni stilistici odierni: allontanandosi dalle interpretazioni più recenti dell’iconografia del licantropo (da Underworld fino a New Moon), Johnston dimostra di aver compreso bene che la salvezza del cinema horror americano contemporaneo può arrivare solo tramite gli  indipendenti; di conseguenza, il prodotto mainstream di qualità non può che ripartire dal classico. Se Wolfman piace e convince, è proprio in virtù di quella trasparenza che è cifra stilistica del regista: senza strafare e senza guardare necessariamente ai cult di John Landis e Joe Dante, Johnston si pone con umiltà filologica dinanzi all'originale di George Waggner e lo reinterpreta con quello spirito classico che oggigiorno assume quasi i connotati di una dichiarazione politica; il suo film si sviluppa pacato e senza intoppi, prendendosi i propri tempi e guardando al passato senza trasformarsi in mero esercizio di stile. In più, utilizza in maniera parsimoniosa e intelligente la computer grafica, dando il giusto spessore al lavoro del truccatore Rick Baker e senza perdere mai di vista la componente umana: Benicio Del Toro è un Lawrence Talbot sofferto e convincente, degno erede di Lon Chaney Jr, ed è ben coadiuvato da un cast in gran forma sul quale spicca il bravo Hugo Weaving (nei panni dell’ispettore Abberline, lo stesso interpretato da Johhny Depp in From Hell). Più che consapevole di non inventare nulla, Joe Johnston fa del suo Wolfman un curioso oggetto fuori dal tempo, diviso tra le nebbie della brughiera e una fascinosa Londra vittoriana: nonostante una gestazione travagliata, si avverte ugualmente l’intento di accentuare la componente psicologica del personaggio, già accennata nel film del 1941 e qui sviluppata in maniera a tratti grossolana, ma interessante; se il paragone con L’implacabile condanna di Terence Fisher (classico Hammer con un maestoso Oliver Reed) è ovviamente improponibile, le tematiche della licantropia come “malattia del sangue” (come colpa, come eredità incancellabile) e dell’animo umano come terreno di battaglia tra bestialità e ragione diventano comunque valore aggiunto di una pellicola che lasciava presagire il peggio e invece si dimostra rispettosa dell’intelligenza del pubblico. Wolfman è sì un prodotto medio, un film che non graffia, ma riesce lo stesso a trovare una propria ragion d’essere: che una boccata di aria fresca, oggi, debba provenire dal vecchio, può far sorgere molti e contrastanti pareri a riguardo (Wolfman non è Avatar, né Tarantino), ma quando un cinema si spoglia di qualsiasi velleità, per ottenere un contatto più diretto con l’occhio di chi lo guarda, è quantomeno meritevole di rispetto. Anche se proviene da un regista che quasi mai è riuscito a far parlare bene di sé (nonostante il bello e sottovalutato Cielo d’ottobre).

 

 

Titolo originale: The Wolfman

Regia: Joe Johnston

Interpreti: Benicio Del Toro, Emily Blunt, Anthony Hopkins, Geraldine Chaplin, Hugo Weaving, Art Malik, Michael Cronin, David Sterne, Branko Tomovic, Elizabeth Croft, Sam Hazeldine, Olga Fedori

Distribuzione: Universal Pictures

Durata: 125'

Origine: USA, 2009