Wonder, di Stephen Chbosky

Dopo l’immersione nei problemi dell’adolescenza di Noi siamo infinito (romanzo prima e film poi), lo scrittore/regista americano Stephen Chbosky sposta il suo obiettivo leggermente più indietro tornando ai problemi dell’infanzia. Wonder è l’adattamento di un fortunatissimo romanzo di R. J. Palacio (pubblicato nel 2012) che racconta la vita e le emozioni del piccolo Auggie Pullman, bambino di 10 anni affetto da una malformazione cranio-facciale dovuta a un difficile parto. I suoi primi anni di vita sono stati contrappuntati da ben 27 operazioni chirurgiche di ricostruzione dei tessuti, quindi un’infanzia solitaria, senza scuola, senza amici, ricolma solo di affetto familiare. I due genitori, infatti, si sono dedicati completamente a lui rinunciando alle proprie ambizioni e togliendo (in parte) attenzioni alla sorella maggiore Via.

Ci siamo. In questo quadro di partenza così particolare Chbosky innesta ogni link possibile con il classicissimo coming of age americano: la scuola, i bulli, le malinconie, le amicizie trovate e poi perdute, le sconfitte e poi le vittorie, ogni tappa rispetta perfettamente il racconto di formazione hollywoodiano. Ed è per questo che l’immaginario del cinema diventa il referente popolare per eccellenza: Star Wars (citato in più di un’occasione) è il testo base su cui innestare le fantasie protettive di Auggie e gli insulti crudeli dei bulli; Scream diventa una maschera protettiva per diventare un bambino cool ad Halloween, ma è anche una gabbia dolorosa che fa scoprire tante verità sui compagni di scuola; infine la visione collettiva de Il mago di Oz in gita scolastica apre definitivamente a un percorso di crescita.

w2Diviso in capitoli che seguono il punto di vista dei personaggi intorno ad Auggie (la sorella Via soprattutto, forse il carattere più commovente del film), Wonder procede spedito come un treno in corsa con tappe ampiamente attese: la scuola diventa il microcosmo americano dove si intrecciano dinamiche di potere, ingiustizie sociali, razzismo incipiente e riscatto individuale, in una gestione dei tempi narrativi da manuale. Ecco che all’impianto registico da indie anni ’00, si sovrappone un plot da vecchia scuola hollywoodiana: esaltazione della famiglia, slancio liberal nella costruzione di una società multietnica, accento posto sulle diversità per una crescita collettiva, infine la sconfitta dei “cattivi” sotto il segno dei buoni sentimenti.

W3Wonder è come quelle vecchie canzoni popolari dal testo scontato, ambientato in una New York favolistica (l’apparizione insistita di Coney Island non è lì per caso…), ma capace di dirci comunque alcune semplici verità. Certo il buonismo è ben sopra i livelli di guardia, le forzature retoriche non mancano e gli stereotipi vengono sempre messi in potenza. Chbosky, però, dimostra anche in questo caso l’intelligenza di affidarsi totalmente al suo ottimo cast: un gruppo ben assortito di attori – il piccolo Jacob Tremblay è ormai un interprete di prima grandezza, Owen Wilson recita solo con gli occhi e Julia Roberts ha la solita “aura” da diva del passato – che riesce a smorzare i toni di una sceneggiatura strutturatissima con interpretazioni a tratti commoventi. Insomma questo è un film per ragazzi che non nasconde mai la sua natura programmaticamente “scolastica” (nel bene e nel male). Ma scavando e scartando intorno alla sua scintillante “confezione di natale” ci si può anche ritrovare a condividere sinceramente il vissuto Auggie… e questo, in fondo, è quello che il buon vecchio cinema classico hollywoodiano ha sempre fatto. Prendere o lasciare.

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