13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi, di Michael Bay

Michael Bay lascia per un attimo da parte i suoi Transformers, per raccontare uno degli episodi chiave del caos nordafricano. Di nuovo la storia e l’America messa in croce, come a/in Pearl Harbor.

11 settembre 2012. Anniversario dell’attentato alle torri gemelle. In una Libia allo sbando, non si ha più il quadro chiaro delle forze in campo e delle divisioni tribali. A Bengasi, al calar della sera, viene presa d’assalto la residenza consolare statunitense, presidiata da un piccolo nucleo di sicurezza e dal gruppo libico filoamericano 17 febbraio. L’ambasciatore Stevens è costretto a rifugiarsi nell’area blindata del consolato. Ma gli assalitori appiccano il fuoco all’edificio. L’intervento di un reparto speciale di sicurezza di supporto alla base CIA a Bengasi riesce a tamponare momentaneamente l’attacco. Ma per Stevens, intossicato dai fumi dell’incendio, non c’è nulla da fare.

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Ma Michael Bay non ci fa vedere la sua fine. Abbandona ben presto alla sua sorte l’ambasciatore – a riprova di come non abbia alcun riguardo per la questione “politica”, nonostante il necessario apparato retorico di “abbellimento” – e si asserraglia nel fortino con il suo security team.

 

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13 Hours, StillL’intuizione, ancora una volta, è puramente cinematografica. Rileggere lo scenario di guerra alla luce di una strategia dello spazio della messinscena che risale ad Hawks, attraverso gli infiniti rapporti di filiazione con il cinema di genere degli anni ‘70. Se, infatti, i riferimenti a Distretto 13 sono evidenti, con gli assalitori che si perdono nell’indistinzione del buio, altrettanto chiara è la chiamata in causa di Romero e delle sue ossessioni, con l’inquietante zombieland di tralicci di ferro e drappi svolazzanti, una terra di nessuno avvolta nella nebbia bassa e attraversata da pecore e pastori che sembrano già appartenere al regno dei morti. Il war movie si trasforma, nella sostanza e nella forma, in un horror e ritrova nella paura il suo sentimento primario. Alcuni posso negarla a parole, come Tanto, che da perfetto sbruffone dice “io non ho mai paura, finché faccio la cosa giusta, penso che Dio avrà cura di me”. Ma la paura è alimentata da una minaccia di cui non si conoscono gli esatti contorni, risale nei muscoli, nella carne, fino a farsi tensione spasmodica.

 

A Bay davvero non interessa la mappatura delle forze in campo né scavare nella psicologia dei suoi combattenti né interrogarsi su una possibile definizione di uno statuto eroico, come se fossimo ancora una volta di fronte all’american sniper di Clint Eastwood. Sembra voler fuggire dal blockbuster – e la distribuzione pare confermarlo – ma non tradisce il suo spirito. Tutto sta sulla superficie, nei nervi a fior di pelle dei suoi personaggi, che si ricordano di se stessi, del proprio mondo, solo nelle rare pause di uno sparatutto adrenalinico. La realtà e la Storia si sono ridotte, compresse nel presente delle immagine, nelle traiettorie disegnate dello sguardo. Sono diventate solo dei segni labili di un cinema che, ancora una volta, ridescrive, le coordinate geografiche, i punti cardinali, i limiti tra il dentro e il fuori, tra il visibile e l’ignoto. Il mondo si scorpora e si moltiplica nell’analisi cubista dello spazio “reale” eppur “ipotetico” del set. Sembra un’astrazione. Eppure è concreto, denso, come non mai.

 

Titolo originale: Id.

Regia: Michael Bay

Interpreti: John Krasinski, James Badge Dale, Pablo Schreiber, David Denman, Dominic Fumusa, Max Martini, Alexia Barlier, David Costabile

Distribuzione: Universal Pictures

Durata: 144’

Origine: USA, 2016