14 FESTIVAL DEL CINEMA EUROPEO – Miracolo a Lecce. Incontro con Aki Kaurismäki

Ecce Homo. Ai giovani cineasti do lo stesso consiglio di Dostoevskij: guarda l’uomo. Io ad esempio sono un figlio della luce. Aki Kaurismäki trasforma l’incontro leccese di ieri mattina a cura del SNCCI, moderato da Massimo Causo e Bruno Torri, in un momento di commossa condivisione di una poetica, la sua, di infinità umanità. Il cinema si trova nel punto intermedio di distanza nello spazio tra la macchina da presa e lo sguardo dell’attore. Il resto non conta.

La violenza è un tratto tipico del tuo cinema. Violenza sociale o interna alla famiglia: il tuo cinema è una metafora sociale che dice come la vita organizzata in questo modo risulti alla fine invivibile. La società capitalistica è il male da cui derivano tutti i mali successivi. Siamo vittime della società di classe. Non a caso il tuo è un cinema che lascia libero lo spettatore, non è dichiarativo ma allusivo

Da quando sono nato ho odiato la violenza, in tutte le sue forme. Da adulto la odio specialmente nella sua forma legata al capitale. Ho sempre cercato di mettere in scena la violenza in modo che lo spettatore non possa trarne godimento. Viviamo in un mondo in cui i conflitti che non riusciamo a risolvere vengono affrontati con la violenza. Il mondo girerebbe decisamente meglio senza gli uomini, che sono esseri senza intelligenza che ogni tanto inciampano in qualche guerra napoleonica senza senso. La memoria dell’uomo è molto corta. Napoleone è considerato un eroe di guerra quando in realtà si tratta di un anticristo hitleriano, che ha ucciso milioni di persone per potersi appendere una medaglia al collo. Ecco il punto: quale differenza c’è tra Putin e Napoleone?

Il tuo è uno sguardo umanistico, che racconta ciò che comporta essere uomini: fare i conti con il destino, la ribellione…l’esito è una sorta di laica spiritualità, attenta alla solidarietà e alla moralità

Io sono nato morto. Poi mia madre mi ha dato uno schiaffo e mi sono mosso, e da allora continuo a sentirmi scomodo nella società. L’unica professione che amavo era lavare i piatti in un ristorante, perché il rumore della macchina copriva le voci dei clienti, mi sentivo come una foglia caduta nel tardo autunno. Con il tempo anche lavare i piatti diventa un’attività noiosa, e quando alla fine tutto è perfettamente lucido, ti abbaglia. Vivere senza morale non è possibile, e la morale è impossibile senza humour. La morale senza humour produce soltanto guardiani della morale. La prima sera che sono andato al cinema in vita mia sono capitato quasi per sbaglio ad una doppia proiezione in cui a Nanook of the North faceva seguito L’age d’or. E’ in quell’incrocio che è nato il mio cinema.

In film come Ariel sentiamo l’influenza di cineasti come Bresson filtrati attraverso Melville. Tu vieni fuori dalle cineteche, dai cineclub, non da una scuola, il tuo è un cinema vissuto più che studiato

Ho visto moltissimi film, il più importante dei quali per me è sicuramente Au Hasard Balthazar di Bresson: è impossibile guardarlo perché non concede alcuna speranza all’umanità. L’uomo è un animale che si è allontanato dalla propria specie, ed è l’unico essere vivente a non avere un ruolo: eppure come si può non amarlo? E’ così buffo e strano. Un finlandese, ad esempio, è un italiano capitato nel posto sbagliato. I punti fermi di un uomo sono il pranzo e la cena, due momenti che non ho mai saltato da quando vivo. Ma ogni uomo nella sua vita può mangiare solo da un piatto, e la morale significa che questo piatto deve rimanere pulito.

Nel tuo cinema è possibile individuare alcuni punti in comune con la poetica di Fassbinder…

Nel 1987 ho dovuto prendere una decisione personale: suicidarmi con velocità, oppure lentamente. Essendo curioso, e pigro come tutti quelli che lavorano volentieri, ho optato per la seconda possibilità. Fassbinder ha diretto 40 film e 100 spettacoli teatrali in 10 anni e sapeva cosa significava la morte secondo la prima ipotesi. Per quanto mi riguarda preferisco riprendere un angolo vuoto di un locale di Helsinki che una piazza piena di gente: la mia immagine ideale sono un uomo e una donna contro una parete, con la loro ombra dietro. Prima togli uno dei due, poi l’altro, poi la luce, finché non ti restano solo l’ombra e la parete, e siamo quasi alla perfezione. E hai Roma Città Aperta di Rossellini. Quello e Paisà sono i due più grandi film mai realizzati, perché sono morali.

Sembra che i tuoi personaggi, per rivolgersi a qualcosa di più grande, finiscano per riferirsi sempre alla fine a qualcosa di umano. E però in Miracolo a Le Havre hai inserito a conti fatti ben due miracoli!

Bisogna pur credere in qualcosa. Io ad esempio credo negli alberi. Pur non essendo stupido ho seguito il business del mondo cinematografico: se un lieto fine porta degli spettatori, due lieti fine ne avrebbero fatti il doppio. Ma come al solito ho fatto male i conti. Sono produttore di me stesso, e pago gli stipendi ai miei collaboratori. Però personalmente odio il denaro perché è fonte di tanta sofferenza. Ascoltiamo Pasolini, e smettiamo di consumare. Cominciamo la rivoluzione oggi, e la controrivoluzione domani. Ma non di prima mattina, facciamo da dopo pranzo!

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    Come si vede che non é una conferenza stampa "romana" ma un incontro moderato, e da Massimo Causo. La differenza é tutta nelle illuminanti risposte del regista!