16° FESTIVAL DEL CINEMA EUROPEO – Fatih Akin e gli scherzi della storia

Anche il secondo Ulivo d’Oro alla carriera di questo 16° Festival del Cinema Europeo di Lecce, dopo quello a Bertrand Tavernier, ha raggiunto il suo destinatario: Fatih Akin, il tedesco turco che nel corso della sua energetica carriera si è scoperto sempre più prima turco che tedesco. Dal film di esordio Short Shap Shock, ambientato nel quartiere multietnico di Altona ad Amburgo, passando per i grandissimi successi de La sposa turca (Orso d’oro a Berlino) e Soul Kitchen (Gran premio della giuria a Venezia) fino al documentario Polluting Paradise che racconta della lotta contro la costruzione di una grande discarica da parte degli abitanti del villaggio di cui è originario il padre, Akin ha sempre spaziato tra i luoghi, i generi e le culture. In questa giornata ha incontrato i giornalisti in una conferenza stampa che è stata monopolizzata da riflessioni sull’ultimo lavoro del regista, The Cut – Il Padre, opera controversa sul genocidio degli armeni, già in concorso all’ultimo Festival di Venezia e accolto negativamente dalla critica internazionale, su tutte, naturalmente, dalla Turchia – moglie dalla quale con Il Padre Akin ha ufficialmente divorziato.

The Cut (Il padre)

Notizia recente è stata quella dell’attacco della leadership turca alla dichiarazione di Papa Francesco secondo cui il genocidio degli armeni sarebbe stato il primo genocidio del XX secolo. Interrogato sulla questione Akin ha giudicato estremamente aggressiva e insensibile la reazione turca, ricordando anche che è stato proprio un turco a sparare a Papa Giovanni Paolo II. A proposito dei genocidi, Akin ha sottolineato come molti paesi non accettano ancora oggi genocidi di cui sono stati responsabili, su tutti l’America nei confronti delle popolazioni native o degli schiavi neri; la Germania è stata costretta a riconoscere l’olocausto solo perché è uscita sconfitta dalla II Guerra Mondiale. Interrogato sul proprio senso di colpa e responsabilità nei confronti dell’olocausto, Akin ha sottolineato come l’origine turca l’abbia sempre fatto sentire più vicino, in quanto a sensibilità e colpa, alla questione armena piuttosto che all’olocausto, nei confronti del quale si sente responsabile in quanto parte dell’umanità, perché degli uomini hanno ingiustamente ucciso altri uomini. Anche la Germania ha problemi ad accettare il genocidio armeno visto che l’impero tedesco ne era coinvolto.

La sposa turca

A proposito della reazione della Turchia nei confronti del suo film, che ha causato un “taglio traumatico”, proprio un cut tra i due, Akin ha visto nella risposta aggressiva del governo turco l’imminenza delle elezioni, in quanto Erdogan vuole cambiare la costituzione e usare il conflitto religioso a suo vantaggio. Allo stesso modo, se un giorno sarà utile al governo accettare il genocidio per motivi politici ed economici, sicuramente lo farà. Il film non è stato apprezzato neanche in Armenia e il motivo, secondo Akin, sarebbe dovuto al fatto che non è possibile per nessuno (né turchi, né armeni, né europei) trarre un beneficio politico dal film: ed è questo che invece lo rende fiero del proprio lavoro.

Interrogato sul suo prossimo progetto, Akin ha confermato il fatto di star lavorando a un film per bambini che dovrebbe chiamarsi Il fantasma del terzo piano, scelta che conferma la sua voglia di sperimentare e di mettersi alla prova, questa volta anche nei confronti di un pubblico diverso.

Tra i registi italiani preferiti ci sono Matteo Garrone e Paolo Sorrentino, con il quale si sente molto affine considerato il fatto che i registi sono cresciuti entrambi negli anni ’80. Questa riflessione è stata occasione per sottolineare, così come aveva fatto ieri Tavernier, il problema della distribuzione dei film europei in Europa: a parte i festival o le coproduzioni è impossibile poter seguire lo sviluppo delle altre filmografie. Quanto a un lavoro precedente annunciato su Yilmaz Güney, ironicamente Akin ha detto di dover prima riconquistare l’amore dell’ormai ex moglie Turchia, per arrivare sicuramente poi a un secondo divorzio.