30 anni da Infinite Jest di David Foster Wallace
A trent’anni dall’uscita il romanzo non ha perso rilevanza, anzi, sembra aver anticipato il nostro presente iperstimolato da immagini e narrazioni usa e getta e spaventato dalla noia
Quando, il 1° febbraio 1996, Infinite Jest esce negli Stati Uniti, l’esito è sconvolgente. All’epoca, l’autore, David Foster Wallace, era già diventato uno dei più importanti e acclamati scrittori americani. L’esordio del 1987 con La scopa del sistema, un romanzo derivato dalle teorie di Ludwig Wittgenstein, aveva delineato la sua prosa precisa e disordinata al contempo, ricevendo un’accoglienza positiva da parte della critica. I lavori successivi, come le raccolte di racconti La ragazza dai capelli strani (1988) e Il rap spiegato ai bianchi (1990), ne consolidarono la fama e lo stile definirono ulteriormente il suo stile.
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Così nel 1996, con l’America, descritta da Nicola Lagioia (scrittore e direttore del Salone internazionale del libro di Torino dal 2017 al 2023), in un “periodo di sospensione degli eventi”: che va dalla fine della Guerra fredda alla “nuova fase di violenza e instabilità” di inizio millennio, David Foster Wallace propone un’opera epocale, composta da oltre mille pagine e centinaia di note che espandono e continuano la narrazione.
La sua struttura labirintica trascende la trama per diventare, essa stessa, parte del discorso. Il romanzo intreccia storie di un’accademia di tennis elitaria, una comunità di recupero di ex-tossicodipendenti, e l’inseguimento di un film leggendario. In un futuro non troppo remoto, l’intrattenimento e la pubblicità hanno affollato la vita quotidiana e le droghe sono largamente diffuse come domatrici della noia e della disperazione. In questo contesto compare “Infinite Jest”: un film perduto, talmente brillante da ipnotizzare e mandare in catatonia chiunque lo guardi. “Un USA che morirebbe e lascerebbe morire i suoi figli, ognuno di loro, per il cosiddetto perfetto intrattenimento, per questo film, che morirebbe per questa possibilità di essere imboccato con questa morte piacevole nelle loro calde case, soli, immobili” scrive Foster Wallace. L’infinte jest rappresenta quindi la droga perfetta, in grado di evadere definitivamente la realtà.
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“Nel tennis il vero avversario, la frontiera che include, è il giocatore stesso. C’è sempre e solo l’io là fuori, sul campo, da incontrare, combattere, costringere a venire a patti. Il ragazzo dall’altro lato della rete: lui non è il nemico; è più il partner nella danza. Lui è l’io per incontrare l’io. E tu sei la sua occasione. Le infinite radici della bellezza del tennis sono autocompetitive. Si compete con i propri limiti per trascendere l’io in immaginazione ed esecuzione. Scompari dentro al gioco: fai breccia nei tuoi limiti; trascendi; migliora; vinci” viene raccontato in un flashback da un personaggio del romanzo. La soluzione per l’uomo è quindi l’uomo stesso. Tutto il resto è infinite jest, lo “scherzo infinito”: un riferimento all’Amleto di Shakespeare, dove il protagonista trova il teschio di Yorick, il giullare di corte, che possedeva, a sua detta, l’infinite jest, la trovata brillante, contrapposta alla malinconia di Amleto.
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In un mondo in cui le persone sono schiave di un divertimento, divertissement per dirlo con Pascal, distrazione se ci si sposta sul piano attuale dei social, o tossicodipendenza, se vogliamo avvicinarci a Foster Wallace, si può ancora credere in qualcosa? Questa è una delle domande che lo scrittore profetico si pone all’interno di quello che è considerato il suo capolavoro. E la risposta non è rassicurante. L’infinite jest è la soluzione alla malinconia Amletica, che, Shakespeare insegna, è meglio curare con la riflessione e l’analisi. L’infinte jest è il continuo intrattenimento anestetizzante, il momento in cui usciamo dal presente. Foster Wallace insiste a lungo su questo concetto nel romanzo. La sua è una diagnosi che va oltre la carta e la storia e muove una critica radicale alla cultura dell’immagine e dell’intrattenimento.
Così, a trent’anni di distanza, Infinite Jest di David Foster Wallace non ha perso rilevanza, anzi, sembra aver anticipato il nostro presente iperstimolato da immagini e narrazioni usa e getta e spaventato dalla noia. Il romanzo è recentemente stato presentato in una nuova edizione, curata da Einaudi con traduzione di Edoardo Nesi, in cui viene rappresentata una videocassetta in copertina. La videocassetta di “Infinite Jest”, il nastro appiccicoso ed alienante. La cultura dell’intrattenimento che ci guarda dritto negli occhi.



















