34°Bergamo Film Meeting – Incontro con Goran Radovanovic per Enclave

Il regista serbo ha raccontato le sue scelte stilistiche, le difficoltà a lavorare durante e dopo la guerra, e com’è stato dirigere i bambini per il suo ultimo film

Con un bicchiere di vino in mano, il regista serbo Goran Radovanovic ha affrontato ieri sera le domande di critici e curiosi, all’indomani della proiezione del suo ultimo film Enclave, presentato in concorso al festival, racconto di un’impossibile amicizia nel territorio dilaniato dal conflitto serbo-albanese.

“Questa guerra è stata assolutamente inutile”. Esordisce Radovanovic, “non ha risolto assolutamente nulla, e ancora tutti si odiano a vicenda: i bosniaci odiano ancora i croati e così via. Ciò nonostante volevo fare un film che parlasse della guerra, ma mi trovavo in difficoltà, perchè vengo dalla Serbia, paese considerato cattivo. Per questo ho affidato il racconto ai bambini, perchè volevo parlare di amore, di futuro. E non dare la colpa a nessuno. Per la mia generazione oramai è troppo tardi, la guerra l’ha spazzata via”. Com’è stato dirigere i bambini? “Per lavorare con i bambini ho dovuto prendere dei sedativi”, scherza il regista, “perchè con loro non sai mai cosa succederà sul set. Nessuno può garantirti che avrai di nuovo quello che ti hanno dato al primo ciak o alle prove. Ad esempio il protagonista era fantastico prima delle riprese, poi sul set è diventato nevrotico, aveva gli occhi lucidi, gli venivano i tic. Alla fine ho scoperto che a stressarlo era la presenza della sua grassa mamma e l’ho subito cacciata. Da lì in poi non c’è stato nessun problema. In ogni caso con i bambini non esiste un metodo, il mio consiste nell’abbracciarli ed essere affettuoso, forse sono facilitato dal fatto di avere quattro figli”.

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Oltre che regista di fiction, ha fatto molti documentari, in che maniera i due linguaggi si intrecciano?  “Io mi faccio influenzare dalla vita. Gioco con la realtà e la finzione. In questo modo nel documentario manipolo la realtà, mentre nella fiction inserisco elementi reali. Quando è scoppiata la guerra avevo già diretto un lungometraggio di fiction, un film ad alto budget intitolato Oktoberfest. Dopo l’inizio della guerra i soldi per girare come una volta non c’erano più. Mi sono trovato a girare con mezzi minimi, e dopo la guerra invece c’è stato l’embargo culturale. Ho diretto un film nel 1993 che non è mai arrivato in Europa. Purtoppo è tutta politica, è sempre un problema politico”. Il film è stato girato realmente in Kosovo? “Non abbiamo avuto i permessi per girare in Kosovo, o meglio li avremmo avuti ma l’assicurazione aveva un prezzo spropositato, perchè lì è ancora una zona in guerra, ci sono ancora i soldati, come si vede nel film. Abbiamo dovuto girare una parte delle scene vicino Belgrado, l’altra vicino al confine bulgaro”. Come negli altri tuoi film, lo stile di Enclave è molto libero. “Mi piace sperimentare, tutti i miei film sono schizofrenicamente diversi. In questo film avevo moltissime difficoltà, dovevo gestire quattro bambini, tante pecore e mucche da trasportare da un luogo a un altro, e dirigere due bambini all’interno della stessa inquadratura è veramente difficile. Così ho deciso rispettare l’energia dei bambini e di scegliere piuttosto le locations migliori. Sono le locations che fanno più bella l’inquadratura, la camera rispetta solo la bellezza del paesaggio”.

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