365 giorni, di Barbara Bialowas e Tomasz Mandes

Un thriller erotico che non sa eccitare. Ha per cornice la Sindrome di Stoccolma, ma non riesce ad ad evocare con credibilità il binomio timore/desiderio del rapporto vittima/carceriere. Su Netflix

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Nell’iconografia, come nella veste produttiva, è chiara la volontà di 365 giorni di dialogare con la matrice softcore di 50 sfumature di grigio, inserendola (apparentemente) in una cornice più matura, meno edulcorata, che inquadri il sesso come oggetto, veicolo e mezzo unico per la parabola di sottomissione/ossessione. Secondo cioè quell’approccio da thriller erotico carnale, di cui però non è in grado di replicare l’essenzialità di erotismo, e insieme la centralità diegetica che esso può (e deve) avere nella costruzione dell’eccitazione spettatoriale.

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Ma in continuità con il suo riferimento filmico, 365 giorni non vuole certamente imboccare la strada della coerenza. In un contesto al limite del paradossale, in cui l’esilità del plot è il paradigma su cui strutturare l’evocazione dell’erotismo, il film abbandona sin dall’inizio qualsiasi parvenza di profondità, in vista della (insperata) ricerca della sensualità. E nel farlo, si serve della licenziosità di una relazione asimmetrica, in cui il subalterno (in questo caso la manager polacca Laura) arriva ad assumere una posizione egualitaria con il carceriere/amante (il mafioso Massimo) attraverso il sesso. Un approccio espressivo che potrebbe condurre la Sindrome di Stoccolma verso speculazioni interessanti, ma che fallisce sia nell’esecuzione, sia nella banalità delle sue stesse dinamiche sessuali. Presentando un legame all’insegna della costrizione emotiva, con Massimo che rapisce Laura e la obbliga ad innamorarsi di lui in 365 giorni, il film vanifica sul nascere quel binomio di timore/desiderio che può potenzialmente attivarsi in una simile situazione. Così non solo la messa in scena del progressivo innamoramento perde di qualsiasi credibilità, ma crolla sotto i colpi di una eccessiva anestesia erotica. Le scene di sesso alla base di 365 giorni sembrano emergere, di fatto, da luoghi altri, simili a spezzoni di ordinari videoclip, che come corpi estranei, cercano di inseguire invano la via dell’eccitazione. Tutto in direzione un film che vorrebbe tanto appartenere alla stessa lega di Acque profonde o 9 settimane e mezzo, ma che finisce per evocare solamente la più banale sensazione di tedio.

Titolo originale: 365 dni
Regia: Barbara Bialowas e Tomasz Mandes
Interpreti: Anna-Maria Sieklucka, Michele Morrone, Bronislaw Wroclawski, Otar Saralidze, Magdalena Lamparska, Natasza Urbanska
Distribuzione: Netflix
Durata: 116′
Origine: Polonia, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.5
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Il voto dei lettori
1 (1 voto)
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