53.ma BERLINALE – "The Life of David Gale", di Alan Parker

BERLINO – Divi nella giornata d'apertura, festanti e euforici come il trio Catherine Zeta-Jones/Richard Gere/Renée Zellweger a passo del musical "Chicago"; divi anche nella seconda giornata, ma in disequilibrio di glamour: da una parte l'uomo qualunque Kevin Spacey, calorosamente accolto sul palco di "The Life of David Gale" griffato Alan Parker; dall'altra il divo più "rotto" del mondo, al secolo Jackie Chan, festeggiato nella sezione "Panorama"  con un documentario dedicato alle sue origini e alla sua famiglia: "Traces of The Dragon: Jackie Chan and His Lost Family", firmato nientemeno che da Mabel Cheung.


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Per il primo i flash dei fotografi risplendono in serata di gala, il secondo invece festeggia tra il suo popolo, ivi compresi i due ragazzini berlinesi che girano nel foyer dell'immenso CinemaxX con addosso una t-shirt col nome del loro idolo e in mano una biografia tedesca che ostentano orgogliosi… Chiedo loro cos'è e mi mostrano il libro felici, ma dispiaciuti per me che sia in tedesco… Poi mi mostrano le foto di Jackie bambino con la sua famiglia e mi dicono senza esitazione "He's the greatest!"… Siamo d'accordo!

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Non è certo il più grande, invece, Alan Parker, che conferma tutti i suoi limiti col film che ha portato in Concorso, un pamphlet in forma di thriller contro la pena di morte, ambientato nel cuore nero del Texas sulla pelle di un Kevin Spacey che, da "American Beauty" giù sino a "The Shipping News", sembra ormai assuefatto al ruolo di uomo tranquillo in caduta libera sulla depressione. E' lui il David Gale la cui vita racconta il film, prima professore e scrittore di successo come attivista del movimento contro la pena capitale, poi via via sempre più giù, man mano che la moglie lo lascia, perde il lavoro, inizia a bere e infine si ritrova in prigione, in attesa di morte con l'accusa d'aver stuprato e assassinato una sua collega. Sul tutto indaga una giornalista, che a quattro giorni dall'esecuzione lo intervista e scopre troppo misteri nell'accaduto, sino alla incredibile e francamente troppo macchinosa soluzione finale… Alan Parker si mette nella prospettiva giusta, quella in fin di vita che aveva dato esito positivo a uno dei suoi rari film riusciti, "Evita"; ma in realtà pasticcia il tutto, non tiene la forma drammatica del film, lo allunga troppo senza dare sostanza ai personaggi, che scivolano senza lasciare alcun segno emotivo verso un epilogo che, nella sua astrusa macchinosità, svilisce anche la funzione di denuncia del film.


Sempre meglio, comunque, del solito inane Michael Winterbottom, proposto in competizione da una Berlinale in cerca di argomenti socialmente qualificanti. Il suo "In This World" è il diario di viaggio di due profughi afghani in cerca di nuova vita in Inghilterra: l'assunto è già detto, la storia già vista, e anche se Winterbottom cerca di stare realisticamente addosso ai suoi personaggi, non basta certo l'uso del digitale a fare di lui un regista capace di simili prodezze… Non una sola immagine di questo film è "onesta"!

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